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The Rise And Fall
di Akira14
Parte:1/3 (forse)
Rating: Seghe mentali!! Direi S per esagerare ^^
Pairing: Vi lascio indovinare ;P
Serie: Nana
Disclaimers: I personaggi appartengono alla Sensei Yazawa! Io li uso solo per divertirmi un po'! La canzone invece è di Sting e Craig David J
Dedicato a: Pam perché mi sostiene sempre, Misato e Arashi per i loro splendidi siti e alle cugi Saya e Kima ^****** ^
Note: Se non vi piacciono gli spoiler, non leggete!
Ambientato 7 (chissà xké ;P) anni dopo le vicende di Nana…Siccome non sono una veggente, ho cercato scuse plausibili per le mie esigenze…Quindi se con la fine del manga quello che ho raccontato qui non stesse in piedi, concedetemi una piccola "licenza poetica", ok?
Shin se ne stava seduto sul letto osservando apatico il soffitto.
Tra le labbra una Malboro, di quelle che ti viene un cancro al polmone solo a guardare la stratosferica quantità di nicotina e condensato che hanno.
Aveva smesso di fumare le Black Stone. Troppi ricordi erano legati a quel nome.
Persone che avevano segnato la sua vita, che avevano lasciato un solco profondo nella sua anima ed una ferita insanabile nel cuore.
Volti che si perdevano nel fumo della sua sigaretta, voci che rimbombavano nella sua testa…A cui però non riusciva a dare il nome. O a cui forse non VOLEVA dare un nome.
Al contrario, c'erano eventi che ricordava perfettamente, senza bisogno di fare nessuno sforzo di memoria. Come la prima volta che aveva sentito che aveva sentito Nobu suonare la chitarra. Il suo simile stile così simile e così diverso al tempo stesso da quello del suo mito, l'inimitabile Ren Honjo…Impossibile spiegare il rapporto che il biondino aveva con il suo strumento; vivevano quasi in simbiosi. Ren, invece si era messo a suonare costruendo chitarre con mezzi di fortuna e pian piano aveva scoperto che suonare era tutta la sua vita.
Insomma, Ren e Nobu non erano paragonabili né come personalità né tantomeno come musicisti ma entrambi suonavano divinamente, e lui non sarebbe mai stato capace di arrivare al loro livello.
Dal lato tecnico forse li aveva addirittura superati, ma la sola tecnica non era sufficiente per definirsi un musicista professionista.
Lui possedeva il talento, questo sì.
Ma non la passione.
Per lui il basso non era nient'altro che un modo per mettersi alla prova, lo strumento per soddisfare la sua smodata voglia di primeggiare. Doveva dimostrare di non essere il migliore.
C'era riuscito, ed ora che cosa ne aveva ottenuto in cambio?
Ricchezza.
Fama, non solo in Giappone ma in tutto il mondo. Cosa in cui non erano riusciti nemmeno i tanto decantati Trapnest.
Allora cos'era quel senso d'insoddisfazione che aleggiava tutto intorno a lui?
Ieri gli bastava esibirsi di fronte ad una cinquantina di persone per sentire l'adrenalina scorrergli con violenza nelle vene; oggi vederne centinaia di migliaia che gridavano forsennatamente il suo nome non gli faceva né caldo né freddo.
Una frase ronzava nella sua testa, non rammentava chi l'avesse detta e nemmeno se fosse stata veramente pronunciata; ma sembrava un'espressione tipica di Nana Komatsu.
"È una vera disgrazia che l'avidità umana non conosca limiti."
Aveva ventidue anni, e si sentiva come se ne avesse avuti il doppio. Semplicemente si era svegliato una mattina e si era scoperto vecchio.
Esteriormente non aveva perso neanche un millesimo del suo fascino, che per la strada faceva girare uomini e donne estasiati. Dentro però era svuotato, arido e disilluso, avvilito dalla vita come l'arcigno vecchio della stanza vicino alla sua; che non perdeva occasione di lasciar cadere le sue acide "allusioni" ogni qual volta s'incrociavano nel corridoio.
Forse era perché aveva dovuto e aveva voluto crescere troppo in fretta, negandosi l'adolescenza e passando direttamente all'età adulta.
Non si era mai fermato a farsi un esame di coscienza. Avrebbe dovuto riflettere sul rapporto con i suoi genitori, e francamente gli veniva la nausea solo a fare un rapido excursus di tutto quello che li riguardava. Già giudicava miracoloso che suo padre si fosse convinto, dopo essersi fatto avanti e poi tirato indietro per un'infinità di volte, a firmare il permesso per farlo esibire con i Blast! Certo non poteva scomodarlo con la sua presenza a casa, che non avrebbe creato che scompiglio nella "famiglia perfetta e felice" degli Okazaki.
Shin pensava sovente che quei due meritavano davvero un monumento, per riuscire a mantenere la loro facciata di perbenismo anche dopo aveva rischiato seriamente di mandare tutto all'aria con la sua fuga a Tokyo.
Certo, ora potevano pavoneggiarsi con tutto il vicinato di avere un figlio che suonava in una delle band più famose del mondo. Oh, se la immaginava sua madre che gridava ai quattro venti quanto le fosse costato crescere quel ragazzino ribelle, e che, finalmente,i suoi sforzi sovraumani per tirar fuori del buono da quella mela marcia erano stati ripagati.
Nonostante fosse partito con l'idea di vivere la sua vita, rinnegando la sua famiglia senza farsi troppi problemi, convinto di aver ormai tagliato i ponti con la sorgente dei suoi problemi; ecco che di nuovo si presentava agli altri con una personalità preconfezionata, con Shinichi Okazaki il bassista anticonformista, donnaiolo e a modo suo geniale.
C'era anche Shin il bambinone, quello che piangeva come una fontana per un nonnulla o che vedeva Reira alla stregua di una sorella maggiore o ad una graziosa compagna di giochi.
C'era lo Shin solo e abbandonato, che riconosceva se stesso nelle donne con cui andava a letto.
Lui non era perfetto come le fan dei Seven Sins, la sua nuova band, volevano credere…
Molte volte era tentato di confessare tutto, di vuotare il sacco.
Avrebbe sacrificato tutto quello che aveva costruito nella sua vita.
Ma valeva la pena di vivere nella menzogna?
Sometimes in life you feel the fight is over,
And it seems as though the writings on the wall,
Superstar you finally made it,
But once your picture becomes tainted,
It's what they call,
The rise and fall
Era rinchiuso in una gabbia d'obblighi e di costrizioni, la stessa in cui era nato e cresciuto fino al compimento dei suoi quindici anni. Aveva creduto di poter evadere divenendo il bassista dei Blast, tuffandosi in quel nuovo ambiente e cercando di adattarsi fino a che non avesse scoperto se era realmente ciò che desiderava. Ma gli era impossibile vivere senza una maschera, denudato delle sue difese, esposto al crudele giudizio del suo giudice interiore che senz'altro l'avrebbe condannato senz'appello.
Complessato, eh? Chi, d'altronde sarebbe cresciuto sereno sentendo gli occhi inquisitori delle stesse persone che lo hanno messo al mondo, come a dire "ti abbiamo dato la vita, possiamo anche togliertela." ?
Shin aveva una paura matta che se avesse rinunciato alla vita fittizia che si era costruito, avrebbe anche potuto scoprire di non piacersi affatto.
D'altronde non aveva più la forza per mettersi nei panni del regista di quel reality-show misto a fiction di quarta categoria che era la sua vita.
Tutta la voglia di fare che gli era rimasta gli bastava giusto per guardare il soffitto bianco della sua stanza d'albergo. Beh, se proprio si sforzava riusciva anche a dare un'occhiata rapida rapida a quello che gli stava intorno.
Non che ci fosse granché da vedere.
Barocca. Ecco l'aggettivo che meglio si adattava a quell'accozzaglia assurda d'oggetti.
L'imperativo dell'hotel? Esagerare.
Dall'esterno non si sarebbe detto, anzi quelle enormi vetrate sembravano anticipare che all'interno ci si sarebbe trovati in un ambiente spoglio e freddo, anche se molto illuminato.
Nell'entrare nella sua camera la prima cosa che aveva notato Shinichi era stata la cornice dello specchio, dorata.
Ma non di quell'oro brillante che può anche essere piacevole alla vista, era un oro stucchevole e i troppi riccioli della decorazione risultavano eccessivi a qualsiasi occhio dotato di un minimo di buon gusto.
L'unica finestra della camera dava sul cortile interno. Shin aveva espressamente chiesto che non desse sulla piazza di fronte all'entrata, perché certamente sarebbe stato costretto a sorbirsi giorno e notte le stupide facce delle sue fan. Avrebbe invano cercato un volto amico, i dolci lineamenti di una persona che non vedeva da troppo tempo ormai.
Le tende erano di velluto rosso, con al fondo dei fili attorcigliati in sottili trecce…Indovinate di che colore?
Dorate! Anche il pomello per aprirle e chiuderle era color oro! Per non parlare delle maniglie.
Perfino il lampadario era di quel detestabile colore…E dire che era un bel lampadario, vecchio stile, dal tratto aristocratico…Così bello che pareva uscire dal mobilio della Reggia di Versailles…Se solo fosse stato d'argento!
Le lampadine che erano state messe al posto che una volta spettava alle candele, emanavano una luce giallastra, rendendo tutto ancora più pesante.
Il pavimento era ricoperto di una sottile moquette dello stesso colore scarlatto delle tende.
Fortunatamente il copriletto, una trapunta finemente ricamata,le lenzuola e i muri erano bianchi, altrimenti sarebbe quella camera sarebbe stata un vero delitto verso dei poveri occhi colpevoli solo di aver osato guardarsi intorno.
Shin spense lentamente la sua sigaretta nel posacenere di cristallo, strapieno di mozziconi.
Si alzò giusto per spegnere la luce, azione che si rivelò del tutto inutile visto che la stanza era illuminata a giorno dalla luna. Si sentiva troppo stanco per alzarsi un'altra volta a chiudere le tende, quindi lasciò che i raggi pallidi della luna rendessero ancora più splendenti i suoi capelli argentati.
Si mise sul fianco destro, quello su cui dormiva meglio.
Niente.
Su quello sinistro.
Ancora niente.
Provò a rimanere con lo sguardo fisso sul soffitto.
Inutile.
Dopo interminabili minuti passati a rigirarsi nel letto, dal momento che per quanto si sentisse stanco non riusciva ad addormentarsi decise di fare un bel bagno che lo rilassasse e lo accogliesse in quel torpore in cui anche i pensieri sono ovattati.
Mentre l'acqua riempiva lentamente la vasca s'impose di non lasciare che la depressione prendesse possesso di lui. Doveva reagire, non era da lui arrendersi così.
Poi sì svesti, concedendosi un minuto per osservarsi nello specchio del bagno. Fisicamente non era niente male…Oramai era di almeno una spanna più alto di "lui".
Era sommerso dalla schiuma e stava quasi per schiacciare un pisolino nell'acqua bollente, quando il suo cellulare si mise a squillare.
"Bring me to life". Senz'ombra di dubbio, era quella canzone dolce e malinconica che aveva scaricato dal sito del suo cellulare, un vecchio modello della Nokia.
Dal momento stesso in cui l'aveva messa tra le sue suonerie, si era precipitato quasi freneticamente sulla Rubrica e aveva assegnato il tono a Lui.
Era una melodia passata di moda, che nessuno conosceva più…Lui però non era mai riuscito a sostituirla, era troppo pregna di significati…Dolceamara, angosciante e speranzosa…Proprio come il suo migliore amico.
Imprecò come un turco per la sua sfortuna. Dannatissimo il momento in cui aveva deciso di mettere i toni bassi!
Probabilmente squillava già da un bel po'!
Si precipitò letteralmente fuori della vasca, ma scivolò sul pavimento bagnato e cadde a terra come un sacco di patate.
Senza neanche coprirsi con l'accappatoio o l'asciugamano, corse a prendere il telefonino che vibrava nel silenzio tombale della camera.
Proprio quando schiacciò il tasto per rispondere, sentì che il suo amico metteva giù.
Dalla rabbia tirò il povero cellulare contro il muro. Stava tornando in bagno pieno di stizza per non essere riuscito ad arrivare in tempo, quando sentì il "bip bip" che annunciava l'arrivo di un messaggio.
Toccò velocemente i tasti della tastiera, quasi in fibrillazione…Doveva essere Lui, DOVEVA ESSERLO. PER FORZA.
Quando aprì la cartella dei messaggi in arrivo, trattenne a stento un saltello di gioia.
Non si riconosceva più… Non era mai stato così infantile.
- Vorrei uscire stanotte, dimenticare il tuo nome.
Ma anche volendolo con tutto me stesso, non posso.
Ho bisogno di vederti un'ultima volta.
Sul Karluv most, tra un quarto d'ora. -
Trattenne a stento la sua delusione. Si sarebbe aspettato un messaggio un po' più allegro, non quella sottospecie di epigramma!
Nonostante questo; quasi meccanicamente si rivestì. Non gli fu facile, visto che più cercava di velocizzare i suoi movimenti più i vestiti rimanevano attaccati alla sua pelle umida.
Ma ci riuscì. Senza nemmeno perdere tempo ad asciugarsi i capelli, sbatté la porta alle sue spalle e corse a perdifiato per le scale.
La sua guardia del corpo personale lo fermò giusto in tempo, prima che facesse il stupidissimo errore di uscire dalla porta principale. Infatti, Shin era talmente ossessionato dall'idea di arrivare in orario sul Karluv most, che si era dimenticato di essere un VIP nel bel mezzo del suo tour mondiale.
A Shin bruciò un po' il non poter girare come gli pareva senza essere seguito dal suo "angelo custode", ma si rese conto che dopotutto stava facendo solo il suo lavoro e gli sembrò giusto confessare dove stava andando e chiedere di non essere seguito.
"Devo vedere un mio amico. Tra 15 minuti.
È una questione privata molto importante, potresti lasciarmi andare.
Tornerò tra massimo due ore."
"E se poi Le succede qualcosa, chi lo sente il manager?
Tanto per cominciare, esca dalla porta di servizio! O vuole essere assalito dalle fan?"
Doveva aspettarselo. D'altronde aveva ragione…Era lui che si stava comportando da irresponsabile.
Si fece accompagnare fino al pulmino privato che la band usava per spostarsi all'interno della città.
Cercò ancora una volta di convincere la sua guardia del corpo a lasciarlo andare da solo, ma quest'ultimo ribatté che non poteva certo pensare che l'avrebbe lasciato vagare per una capitale grande come quella, in un paese dove non conosceva nemmeno la lingua. All'una di notte, poi!
Shin si dette per vinto, e sospirando chiese di essere portato sul ponte il più in fretta possibile.
Mentre l'autista e il gorilla parlavano dei fatti loro, che a Shinichi non importavano granché, il giovane bassista si mise a guardare fuori dal finestrino.
Purtroppo non si vedeva granché in quella fittissima nebbia, se non le alte torri della gotica cattedrale di S.Vito che svettavano sulla collina del Hrad, il grandioso complesso del "castello", sintesi monumentale della storia della città, con edifici che andavano dal romanico al rococò.
Si lascio perciò cullare in un dormiveglia, fino a quando non gli venne annunciato che erano arrivati a destinazione.
Dopo essersi stropicciato gli occhi per un po', Shinichi riconobbe le altri torri simbolo del ponte. L'avevano colpito dallo stesso momento in cui l'aveva scorta dai finestrini del pulmino arrivando in città.
Nere come il carbone, non era facile vederle di notte e nella nebbia ma erano talmente monumentale che con un po' di sforzo ci si poteva riuscire. Era massiccia, quasi del tutto priva di decorazione. Una torre gotica, eretta nel dodicesimo secolo e un'altra che richiamava il medesimo duro stile architettonico della prima, ma che era stata eretta più tardi cioè nel quindicesimo secolo e che portavano entrambe un magnifico coronamento di guglie che le faceva assomigliare alle torri di un vecchio castello medioevale.
Riuscì a convincere il suo bodyguard a lasciarlo andare da solo sul ponte, promettendogli scherzosamente che non si sarebbe buttato nel placido fiume che scorreva placido tra i suoi sedici massicci pilastri.
Non appena passò l'ingresso fortificato da una delle due magnifiche torri, fu come se all'improvviso fosse entrato nella magica atmosfera della città che insieme a Torino e Lione costituiva il cosiddetto "Triangolo del Diavolo".(nn sono sicura che si chiami così, ma che fa parte delle città demoniache in cui si dice esista una delle nove porte dell'inferno ne sono sicura! NdA14)
Camminando lentamente lungo la strada lastricata, in quella galleria all'aperto di scultura barocca che mostrava con orgoglio una sontuosa sfilata di trenta statue collocate sui parapetti, vide illuminata dai lampioni (che assomigliavano a quelli che si vedevano nei vecchi film europei) dalla luce arancione la silhouette di una persona a lui ben nota.
Sembrava assorta in chissà quali pensieri, e perciò Shin si avvicinò silenziosamente mettendosi al suo fianco a guardare lo stesso balcone che stava osservando con tanto interesse.
C'era una luce accesa, una lanterna che rimaneva accesa giorno e notte…Apparentemente senza un motivo preciso.
"Si dice che quella lanterna sia accesa in onore di un'anima persa.
L'anima di una ragazza suicida, che si gettò nella Moldava perché innamorata senza speranza.
Una lanterna accesa per un amore infelice…Per un amore impossibile." Disse con un tono malinconico una voce a lui famigliare ma allo stesso tempo talmente persa nei meandri della memoria che gli pareva sconosciuta.
"Per quanto io sia depresso, non penso che mi getterei dal Ponte Carlo stasera…Non mi tenti…" rispose Shin. Aveva deciso che era meglio restare sul vago, senza dare del tu a quello sconosciuto. Sperava ardentemente che fosse Lui, ma non voleva fare una figuraccia nel caso si fosse rivelato qualcun altro.
Ci fu un attimo di silenzio, completo silenzio…Quasi come se tutta Praga si fosse fermata ad ascoltare la loro conversazione…
"Da quando sei così ossequioso con il sottoscritto?
Sei lo stesso ragazzino che scrisse sul tanzaku che il mio desiderio più recondito era crescere di qualche centimetro, Okazaki Shinichi?"
Era lui.
Sì, ora ne era sicuro.
"Mi fa piacere rivederti, Nobu."
Autrice:Akira14
Parte:2/3
(forse)
Rating:
Angst
Pairing:
Vi lascio indovinare ;P
Serie: Nana
Disclaimers:
I personaggi appartengono alla Sensei Yazawa! Io li uso solo per
divertirmi un po’! La canzone invece è di Craig David e Sting.
Dedicato
a: Pam perché mi sostiene sempre, Misato e Arashi per i loro
splendidi siti e alle cugi Saya e Kima ^****** ^
Note:
Se non vi piacciono gli spoiler, non leggete!
Ambientato 7 (chissà xké ;P) anni dopo le vicende di Nana…Siccome
non sono una veggente, ho cercato scuse plausibili per le mie
esigenze…Quindi se con la fine del manga quello che ho raccontato
qui non stesse in piedi, concedetemi una piccola “licenza
poetica”, ok?
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C’era
qualcosa che non quadrava…Non andava proprio!
Non è così che doveva andare il loro incontro! Certo Shin non si
aspettava che Nobu gli si gettasse al collo urlando al mondo il suo
amore per lui, ma un minimo di considerazione non gli avrebbe fatto
schifo.
Invece
il loro scambio di battute sapeva di romanzo rosa, di dialoghi
stereotipati tipo quelli che si leggevano negli Harmony o che si
vedevano nelle telenovele.
Forse
era lui che aveva qualche problema nella comunicazione, visto che non
riusciva a fare un discorso degno di questo nome nemmeno con Nana
Oosaki, che era pur sempre la vocalist del suo gruppo e che conosceva
da sette anni ormai.
Non poteva che sentirsi frustrato per quell’alienazione totale, il
sentirsi fuori posto o di troppo ovunque andasse, con chiunque fosse.
Sperava che almeno con Nobu sarebbe riuscito ad aprirsi maggiormente,
a mostrarsi per ciò che veramente era e parlare con lui con la stessa
naturalezza di sette anni prima.
Invece il biondo ex-chitarrista dei Black Stones aveva eretto un muro
insormontabile intorno a lui, e lo trattava con una freddezza di cui
Shinichi non riusciva a capacitarsi. Insomma, era stato lui a
chiamarlo dopotutto, no?
Sì,
ma non gli era passato nemmeno per l’anticamera del cervello che
probabilmente aveva voluto vederlo di persona per potergli sputare in
faccia tutto il disprezzo che provava per lui!
Nobu, da parte sua, si chiedeva se avrebbe mai avuto il coraggio di
parlare con il cuore in mano a Shin.
La sua intenzione non era certo di essere così formale, ma d’altra
parte voleva evitare un coinvolgimento troppo profondo per paura di
incancrenire le ferite della sua anima.
Se
nuovamente si fosse instaurata la profonda amicizia che li aveva
legati quando ancora entrambi suonavano nei Blast, Nobuo non era certo
di poter sopportare di perderla nuovamente. Per quanto si fosse
impegnato a cercare di crescere, non si poteva dire che i suoi
tentativi fossero andati a buon fine.
Forse Hachi non era mai stata la donna giusta per lui, eppure
rimpiangeva ancora a distanza di quasi duemilaseicento giorni ed
un’infinita d’ore e di minuti gli attimi in cui ci aveva creduto
con tutto se stesso.
Non poteva durare, probabilmente. Due persone che per andare avanti
hanno bisogno di appoggiarsi a qualcun altro, incuranti se il lasciare
la loro vita nelle mani del compagno possa rivelarsi una responsabilità
troppo grande per quest’ultimo. Alla fine uno dei due avrebbe
comunque ceduto, e a pagarne le conseguenze sarebbe stato una creatura
innocente che non meritava il dolore di vedere la sua famiglia
distruggersi per un errore di valutazione di due eterni bambini.
Dopotutto,
forse le cose erano andate davvero per il verso giusto; anche se lui
non riusciva a gioirne.
Il
suo sguardo era perso nel nulla, a guardare la città che riposava
tranquilla e silenziosa nella nebbia. Una città che pareva
rispecchiare perfettamente la sua paura più nascosta, quella che non
riusciva ad ammettere nemmeno a se stesso di avere: la paura di
perdere la sua identità.La Praga che aveva davanti ai suoi occhi,
infatti, era molto diversa dai racconti di sua nonna (che in pratica
era stata dappertutto tranne che ai Poli). Era come se stesse pian
piano perdendo quell’atmosfera magica. Quell’intimo abbraccio che
sapeva dare ad ogni viaggiatore che vi arrivava per lenire la sua
malinconia in quella capitale così chiusa e riservata, ormai tutto
quello che la rendeva unica si stava perdendo nella pretesa di
uniformarsi ai gusti dei turisti. Stava votandosi
all’occidentalizzazione in tutto e per tutto, a costo di perdere se
stessa.
Non
era poi molto diversa da lui, allora.
Che
non riusciva ad accettarsi per quello che era e tentava continuamente
di cambiare, rinnegando ogni giorno il suo passato.
Si sentiva frustrato, amareggiato e deluso. E tutto quanto solo perché
non sapeva agire con la dovuta risolutezza, perché si lasciava
trascinare dagli eventi.
Il
suo sogno di vivere della sua abilità con la chitarra si era
dissolto, sfaldato pezzo per pezzo davanti ai suoi occhi. Prima che
potesse afferrarlo e ricomporlo, gli era scivolato attraverso le dita
come un pugno di sabbia.
Non
aveva avuto la stessa risolutezza che era riuscito a tirar fuori
quando Nana Oosaki si era trasferita a Tokyo.
Il
silenzio regnava sovrano tra i due giovani. Shin non sapeva cosa dire,
ed era stanco di tirare fuori sempre le solite recriminazioni. Tanto a
Nobu entravano da un orecchio ed uscivano dall’altro.
Taceva,
anche perché aveva il terrore che le sue parole sarebbero state
accolte con scherno e derisione, o peggio ancora con disprezzo.
Naturalmente si vergognava che questi pensieri gli fossero anche solo
venuti in mente, perché sapeva che nonostante tutto avrebbero dovuto
fidarsi l’uno dell’altro.
Dopotutto erano amici.
O no?
Il
giovane Terashima, invece, non voleva che le sue parole fossero
fraintese, e nella mente si ripeteva il piccolo discorsetto che aveva
intenzione di fare a Shinichi. Pesava attentamente le sue parole, ma
quando queste erano già sulla punta della sua lingua le ricacciava
indietro intimorito.
Non c’era espressione dalla quale non trasparisse la profonda
invidia che provava nei confronti di quel ragazzino cresciuto troppo
in fretta. E non aveva usato invidia a caso, era proprio quel
desiderio quasi maniacale di essere come lui; tanto che quando aveva
capito che Nobuo era Nobuo e non Shinichi, e che non avrebbe mai
potuto essere ciò che non era, aveva cominciato a detestarlo.
Quando
era cominciata la sua smodata voglia di emulare quel moccioso?
Probabilmente dentro di lui c’era sempre stata una punta di gelosia,
che però era sempre riuscita a contenersi nei limiti tali da
permettere la nascita di una sincera amicizia tra i due.
Quando
la sua vita aveva cominciato a prendere una piega che non riusciva ad
accettare, e che non aveva potuto far altro che subire passivamente;
vedeva quella di Shinichi che andava a gonfie vele dato che questi non
si era fatto nessuno scrupolo a calpestare i suoi sentimenti. Il
dolore dell’abbandono aveva deformato la realtà di fronte agli
occhi di Nobu, che non riusciva a più vederla con la giusta
obbiettività. Quella piccola scheggia di gelosia che albergava dentro
di lui si trasformò ben presto, quindi, in una profonda e violenta
invidia verso Shin.
Qualunque
cosa facesse, Okazaki era in grado di farla mille volte meglio.
Qualsiasi cosa dicesse, sembravano puerili stupidaggini in confronto
alle profonde riflessioni di Shinichi.
Nobu
era l’ingenuo. Il bambinone che non voleva crescere. Lo era sempre
stato per tutti, e poco importava se quella definizione gli stava
stretta come una cravatta al suo primo colloquio di lavoro…Se la
doveva tenere. La gente era troppo pigra per cambiare opinione su di
lui, e in fondo quel personaggio che loro stessi avevano creato si
stava sostituendo al vero Nobuo.
A
chi interessava, in fondo, conoscere un uomo privo di qualità,
disperato della sua mediocrità?
Uno che aveva deciso di deporre le armi ancora prima di cominciare a
combattere?
Aveva lasciato che Shin se ne andasse, e che Nana lo seguisse non
molto tempo dopo.
D’altronde,
Shin non se n’era andato di soppiatto come Ren che non aveva nemmeno
avuto la decenza di comunicargli la sua decisione di lasciare i Blast
per diventare il chitarrista dei Trapnest.
L’aveva
detto chiaro e tondo la ragione per cui li mollava “La mancanza di
talento di Nobu non ci permetterà mai di sfondare!”
Mancanza
di talento.
Si era rivelato un inetto anche nel campo in cui credeva di essere
dotato. La musica era tutta la sua vita. A sette anni, come a venti o
a ventisette.
Niente
era cambiato da quando aveva preso per la prima volta in mano una
chitarra. Se non quel verdetto inappellabile che lo condannava a
coltivare una passione per la quale non era portato. Vedere i suoi
migliori amici che vivevano dei frutti del loro sogno di una vita, e
sapere che lui non avrebbe mai saputo cosa significasse guadagnarsi il
pane facendo quello che più ami. (Insomma come il mio sogno di fare
la scrittrice -___-…Almeno non sei solo, Nobu! NdA14 Sai che
consolazione…NdNobu)
E
per quanto si scervellasse, non riusciva a capire per quale motivo
fosse caduto così in basso da non riuscire nemmeno più a comporre
delle melodie orecchiabili. La verità è che non era mai stato
disposto a fermarsi a riflettere su come mai tutti i suoi amici
l’avessero lasciato solo…Si era immediatamente chiuso in una
visione vittimistica.
Poiché
credeva di essere stato abbandonato da tutti, e che magari si stessero
tutti facendo una bella risata alle sue spalle, in quegli anni aveva
maturato un odio profondo per tutti i suoi vecchi “amici”.
Specialmente contro Nana e Shin. I suoi amici più cari che gli
avevano voltato le spalle nel momento del bisogno.
Per sette lunghi anni si era tenuto dentro la rabbia, il risentimento
e la profonda delusione dell’abbandono da parte delle due persona
che considerava una sorta di famiglia allargata, il fratello minore e
la sorella maggiore che non aveva mai avuto.
Lui
che aveva rinnegato il suo cognome, che nonostante avesse un futuro
sicuro grazie al lavoro di suo padre aveva preferito mettersi in
gioco, che aveva tentato di ripartire da zero nonostante tutta la sua
famiglia fosse contro di lui.
Finché aveva vicino le persone che per lui VERAMENTE considerava
IMPORTANTI, non gliene poteva fottere di meno se quella cazzo di
famiglia piena di sé che si ritrovava lo considerava la pecora nera
dei Terashima!
Un sorriso amaro si dipinse sulle sue labbra, mentre tirava fuori
dalla tasca del suo lungo impermeabile nero un pacchetto di Seven
Stars. Prese una sigaretta, e l’accese con un accendino che
ricordava molto quello che Shin portava al collo a quei tempi.
Shin
lì per lì fu alquanto stupito. Nobu era sempre stato l’unico non
solo a non fumare, ma a non interessarsene minimamente quasi il vedere
tutti gli altri non gli facesse venire nemmeno un pochettino di
voglia.
E ora eccolo che si accendeva una sigaretta, della stessa marca che
tanto piaceva a Ren e Nana.
C’era
un non so ché di rituale in quel semplice gesto.
Nobu
sospirò, perso nei suoi pensieri cominciando a camminare senza meta
lungo il ponte mentre Shin lo seguiva a debita distanza, come se
avesse paura che standogli troppo vicino potesse contrarre chissà
quale virus mortale.
Cosa
si era aspettato da questo incontro? Che almeno i suoi migliori amici
tornassero sui loro passi, gettandosi ai suoi piedi invocando perdono?
Lo sapevano forse loro, cosa significasse tornarsene all’ovile con
la coda fra le gambe?
Il non sentirsi mai all’altezza, la certezza del rifiuto se mai
avesse “osato” mendicare un po’ d’amore, l’essere
continuamente criticato, disprezzato, svilito e deriso?
Perdere completamente qualsiasi briciola d’amor proprio e credere
alle crudeli parole della sua famiglia?
Svegliarsi la mattina nauseati dalla vita, convivere tutto il giorno
con quella sensazione che ti schiacciava a terra, e la notte
desiderare di non risvegliarsi mai più?
Sentirsi nient’altro che un peso?
Sentirsi in colpa di essere vivo? Di essere nato?
Sentire
tutti gli sguardi su di se, tutti in attesa di una sua caduta per
additarlo ad esempio vivente di stupidità?
Le loro aspettative, lì apposta per essere deluse. E a forza di
sentirsi ricordare che era un perfetto idiota, un buono a nulla,
insomma un cretino integrale per di più nullafacente che a ventisette
anni rimpiangeva ancora momenti che ormai appartenevano ad un passato
remoto, alla fine si convinceva di essere veramente così.
Aveva
sopportato, accettato di buon grado le loro critiche per
mesi…Sopportava perché aveva ancora Ren e Yasu. Ma quando questi si
erano dichiarati stanchi di fargli da balia e l’avevano lasciato a
se stesso, la terra era crollata sotto i suoi piedi ed il cielo sopra
la sua testa ed era rimasto solo quell’abisso nero. Un abisso senza
fine, nel quale lui continuava a precipitare senza sosta. Oramai si
era convinto che l’unico modo per frenare quella caduta non fossero
gli psicofarmaci che il medico di famiglia (amico fra l’altro di suo
padre) gli somministrava.
Non esisteva paracadute. Solo la morte poteva mettere fine a quel
supplizio disumano.
Ma
non aveva abbastanza coraggio per farla finita.
Beh,
c’era anche un altro modo di rendere il tutto perlomeno
sopportabile, senza ricorrere a metodi estremi…Almeno
temporaneamente. Che nelle condizioni in cui trovava Nobu era già
meglio di niente.
L’illusione che qualcuno l’amasse. L’appoggiarsi a qualcuno,
finalmente. Dopo tanto tempo, una spalla amica su cui piangere…Il
sapere che se cadrai ci sarà qualcuno che ti darà una mano a
rialzarti, che se piangerai ci sarà qualcuno che piangerà con te.
E
forse era più vicino di quanto non pensasse.
Ora
però doveva togliersi un peso dal cuore e parlare a Shin.
Si voltò all’improvviso, tanto che Shinichi non capì le sue
intenzioni e gli si cappottò letteralmente addosso e finirono
entrambi a terra.
“Ma
che mi spiegheresti perché diavolo ti sei girato così di scatto?”
gridò Shinichi dolorante.
“Perché
dovevo parlarti.” Rispose Nobu tirando fuori un fazzoletto per
pulire la ferita che Shin si era procurato al labbro superiore
cadendo.
Shin
sentì tutto ad un tratto un fastidioso afflusso di sangue non che un
irritante formicolio nel punto in cui le dita di Nobu sfioravano le
sue labbra, ma tutto era reso confuso da un improvvisa vampata di
caldo.
Si sentiva in soggezione davanti a quei due occhi scuri, che
sembravano scavare dentro la sua anima per portare a galla il marcio
che c’era in lui. Non sembravano neanche umani. Erano vitrei come
quelli di una bambola. Di per se non esprimevano nulla, erano soltanto
uno specchio che rifletteva ciò che gli stava davanti. Solo che Shin,
sentendosi tremendamente in colpa nei confronti di Nobu, lo viveva
come uno sguardo di desolante disapprovazione. Come quelli di un
animale chiuso in una gabbia minuscola, dove riesce a malapena a
muoversi, che ti osserva sperando in un aiuto che in fondo sa che non
arriverà mai; eppure conserva negli occhi quella scintilla di
speranza che ti fa sentire in colpa per la tua crudele indifferenza.
Una triste rassegnazione, quasi leggesse nei tuoi pensieri e sapesse
che in fondo non sei che un perbenista, che vuole solo salvare la
faccia di fronte agli altri fingendosi un benefattore dell’umanità.
Quasi
si sentisse in colpa di aver creduto in te.
Guardandolo
in faccia, poi, gli si stingeva il cuore. Aveva la stessa vitalità di
un cadavere.
Nobu, d’altra parte, stava raccogliendo tutto il suo coraggio per
riuscire finalmente a liberarsi di quel peso che aveva sul cuore.
Non ce la faceva più. Quello non era vivere, era sopravvivere. Prima
di farla finita, doveva mettersi il cuore in pace con le persone che
avevano segnato profondamente la sua esistenza.
Si
sentiva in uno stato di confusione mentale che gli faceva quasi paura.
L’ultima volta che gli era successo, i suoi l’avevano creduto che
se ne andava in giro in pigiama per la città chiedendo soldi per un
biglietto per Tokyo. Peccato che lui non ricordasse nulla.
Forse
non avrebbe dovuto mischiare i medicinali con la vodka, anche questo
era vero…Quando stava particolarmente male cercava sempre rifugio
nell’alcool…
Era diventato tutto così dannatamente insostenibile…Proprio quando
credeva di essere riuscito a trovare una via d’uscita, una cura al
suo malessere ecco che puntualmente ricadeva nell’abisso. La sua
malattia era ciclica, infatti, si alternavano momenti di depressione e
di euforia, con piccolissimi sprazzi di normalità ogni tanto che si
facevano tanto più rari quanto più la malattia si aggravava.
Da quando Hachi lo aveva lasciato per sposarsi con Takumi non era mai
stato quel che si suol dire “un fiore”, ma si era affermato che
BISOGNAVA superare quel dolore e andare avanti. In fondo aveva davanti
a se tutto il tempo del mondo, per dimenticare.
Ciò che non riusciva a perdonarsi, era di non essersi assunto la
paternità del bambino che Hachi portava in grembo.
Era così superbamente sicuro di aver preso tutte le precauzioni del
caso, che aveva lasciato che Takumi gli portasse via Shizuka.
Man mano che la piccola cresceva, però, la sua somiglianza con Nobu
si era fatta sempre più evidente: stesso taglio degli occhi, stesse
mani…Perfino lo stesso naso.
Nana Komatsu non aveva mai avuto alcun problema a lasciare che Nobuo
vedesse sua figlia, quando Takumi era fuori casa naturalmente. Quando
quest’ultimo aveva scoperto cosa accadeva a sua insaputa, però, era
riuscito a convincere tutti quanti che lui fosse interessato a Shizuka
solo perché non era altro che un perverso pedofilo. C’era riuscito
talmente bene che era scattato un ordine di restrizione “morale”
nei confronti di Nobu. Nel senso che tutti facevano in modo che
Shizuka si vergognasse così tanto a stare con lui, che era stata lei
stessa a chiedergli di andarsene e non tornare mai più.
Era come se gli avessero appeso al collo un cartello con su scritto
“CRIMINALE”. Così quel malessere che era nato in lui tanto tempo
prima apparentemente senza ragione (se avesse saputo perché se ne
sarebbe liberato appena possibile), era peggiorato a tal punto da
diventare patologico. Da essere dipendente dagli psicofarmaci.
Era stato un peggioramento graduale, al quale però l’abbandono da
parte dei suoi migliori amici aveva dato la mazzata finale. Si sentiva
così penoso e inutile…Inoltre non gli serviva uno specchio per
sapere che il suo volto aveva completamente perso la freschezza della
gioventù, tanto che si sarebbe dato quarant’anni.
Guardava Shin e l’invidia si faceva ancora più forte. La grazia dei
suoi lineamenti era pressoché immutata, se non che avevano acquistato
la bellezza della maturità. Shinichi era sempre stato avvenente, ma
era come se dalla gemma che era l’Okazaki quindicenne fosse fiorito
un ventiduenne stupendo.
Nobu era così perso nell’invidiosa ammirazione di Shin, che ci mancò
poco che si bruciasse il medio e l’indice con la sigaretta che ormai
ridotta ad un mozzicone. Si limitò a tirarla distrattamente nella
Moldava.
Shinichi si risvegliò improvvisamente dalla trance in cui era caduto
grazie al tocco gentile di Nobu. Gli prese il colletto e con voce
incrinata dalla rabbia gli urlò “ALLORA? MI DICI CHE C’E?”
Non gli era mai di perdere la pazienza a quel modo, così
violentemente, ma l’atteggiamento passivo di Nobuo era veramente
esasperante. Dove credeva che l’avrebbe portato quel
giustificazionismo? Certo, la colpa non era mai sua…Era sempre una
congiura architettata dai suoi innumerevoli nemici!
“Ho
bisogno di sapere. Perché sei venuto se per te non sono che un
patetico piagnone?” rispose voltandosi verso il fiume, per non dover
sostenere lo sguardo severo di Shin.
“Mi
sembra che non abbiamo niente da dirci, se dai per partito preso che
io non ci tenga a te e ti consideri solo un miserabile
piagnucolone!” sibilò rabbiosamente Shin. Come faceva ad essere così
ottuso da non comprendere il suo affetto?
Camminando a grandi falcate si allontanò, diretto verso nemmeno lui
sapeva dove…Gli bastava solo che fosse lontano da quello stupido.
Fu quasi subito fermato da Nobuo, che gli prese il polso con decisione
costringendolo a girarsi.
“Mi
hai abbandonato quando più avevo bisogno di te! Che grande
dimostrazione d’amicizia! Vuoi anche un applauso?” mentre gridava
queste ultime parole strinse il polso di Shinichi tanto forte da
ferirlo con le unghie. Il giovane dai capelli argentati trattenne a
stento le lacrime. Non c’era niente di più penoso che parlarsi e
non capirsi. Di essere l’unico ad impegnarsi per recuperare un
rapporto a cui teneva molto più di quanto avesse mai creduto
possibile. Questa tristezza, mista a rabbia lo portava ad esprimere i
suoi sentimenti con parole poco gentili.
Sembrava essere diventato quasi il contrario del ragazzino che era
scappato da casa sette anni prima, molto maturo per la sua età. Ora
invece aveva ventidue anni e pensava come un bambino di dieci.
<Non
devo dire quello che penso.> si ordinò categoricamente. Non servì.
Ad un certo punto sbottò “Tu, invece, che pretendi che tutto ruoti
intorno a te puoi permetterti di sputare sentenze, no? Se mi hai
chiamato solo per la vittima, e ciò significa che non sei per nulla
cambiato rispetto a sei anni fa, sappi che io non ho intenzione di
starti a sentire!”
“Bene!
Nessuno ti obbliga a restare! Se vuoi andare, vai!!” ringhiò
rilasciandogli il polso.
Shin non si mosse di un millimetro. Per quanto fosse irritato dalla
sgarbatezza di Nobu, doveva restare, altrimenti non avrebbero mai
risolto la spinosa situazione che si era venuta a creare tra loro.
Inspirò lentamente, cercando di calmarsi.
“Perché
non cerchi di crescere? Hai ancora tutto il tempo per ricominciare!
Smettila di piangerti addosso e vivi!” gli rispose senza nemmeno
cercare di trattenere uno schiaffo che colpì Nobu in pieno viso.
Nobu
non accennò la benché minima reazione, si limitò a massaggiarsi la
guancia.
“Ci
ho provato, Shin! Non immagini quanto! Ma sono fatto così, per andare
avanti ho bisogno di appoggiarmi agli altri. Ho bisogno di sentirmi
accettato, rispettato, amato. Vivo condizionato da quello che gli
altri pensano di me. Con voi vicino, però, ero sicuro di poter
resistere. Capisci, quindi, che il vostro abbandono è stato per me un
vero e proprio tradimento. Se avevo qualcosa, qualcuno, per cui
vivere…Quando voi ve ne siete andati non c’era più. Se ti ho
chiamato, è per mettere in chiaro che nonostante tutto, nonostante la
profonda rabbia e delusione che provo nei vostri confronti…Io non ho
mai smesso di considerarvi miei amici. Continuate ad essere il cardine
della mia vita, nel bene e nel male.
Siccome verrà il giorno in cui la depressione sarà così
insostenibile da spingermi al suicidio ed io non vedo perché dovrei
sottrarmi, ho chiamato la persona che per me significa più di
qualunque altra. Cioè tu, il mio migliore amico, Shin.
Se devo lasciare questo mondo, preferisco togliermi un peso dal cuore.
Non aver pena di me, non compatirmi.
Sono fatto male, lo so ma non posso farci nulla.
Sono come sono.”
Shin si sentiva diviso tra due fuochi, mentre con gli occhi sbarrati
ascoltava quelle parole. Avrebbe voluto prenderlo a schiaffi fino a
fargli rimangiare quelle idiozie. Dall’altra avrebbe voluto
gettargli le braccia al collo, e baciarlo fino a fargli scordare tutti
i suoi problemi.
Nobu
lo squadrava con uno sguardo carico di tacite accuse, e Shinichi non
poteva che sentirsi in colpa per non aver capito fino a quel momento
l’entità del malessere del suo migliore amico.
Il
silenzio fu interrotto da un sonoro starnuto del giovanissimo bassista.
“C’è
qualcuno che sta parlando di te, Shin ^____^”
“Nel
bene o nel male, se dovessi starnutire tutte le volte che parlano male
di me non potrei mettere insieme due parole che verrei interrotto da
uno starnuto! Sarebbe peggio di un’allergia ^____-”
“Autostima
a mille, eh?”
“È
la pura e semplice verità…Sono una celebrità!” disse sorridendo.
Siccome sembrava che l’atmosfera si fosse fatta più rilassata, Shin
s’azzardò a circondare le spalle di Nobu con un braccio e il suo
sorriso si allargò a dismisura vedendo che non veniva respinto.
“Avresti potuto esserlo anche tu, se non avessi mollato tutto. Dico
sul serio.” Aggiunse facendosi serio. Nobu continuò a camminare al
suo fianco, verso il pulmino che stava ancora aspettando il giovane
Okazaki per riportarlo in albergo.
“Non
prenderti gioco di me.” Mormorò Nobuo con voce pregna d’amarezza.
“Non
sto scherzando. Ma parliamone in albergo, o domani dovrò restarmene a
letto con l’influenza se rimaniamo ancora un po’ qui fermi come
due idioti a prendere freddo!” rispose Shin deciso, facendo scendere
il braccio dalle spalle fino a prendere la mano di Nobu ed intrecciare
le loro dita, trascinandolo quasi di peso con lui.
La
mano del biondino (ehilà ^_^! NdNaoki Ma tu cosa c’entri ¬__¬??
NdA14) era fredda come il ghiaccio, quasi volesse dimostrare quanto a
lungo Terashima aveva aspettato l’arrivo dell’amico. In un primo
momento questi si ritrasse, intimorito dalla freddezza di quella
pallida pelle, ma poi si fece coraggio e strinse quella mano gelida ed
ossuta con vigore.
Si presero tutto il tempo necessario per arrivare alla vettura con
calma, senza rischiare di schiantarsi in un lampione per la nebbia, e
riuscendo perfino a gettare qualche sguardo alle statue del ponte.
Una
volta arrivati, il gorilla non risparmiò a Terashima uno sguardo
sospettoso ma si astenne da qualunque commento che potesse
indispettire il suo protetto. In fondo le star erano così permalose
che conveniva sempre tenere a freno la lingua in loro presenza, se non
si voleva rischiare di essere licenziati in tronco. Fu invece Shinichi
a parlare.
“Andiamo.” Disse lapidario salendo sul piccolo pullman e
portandosi dietro un Nobu alquanto reticente a seguirlo.
Per tutta la durata del tragitto non si dissero nulla. Niente di
niente. Cadere nella banalità in un momento come quello avrebbe
pregiudicato per sempre quel poco che rimaneva della loro amicizia.
Sebbene
fosse notte, per non rischiare di finire imbottigliati nel traffico o
peggio circondati da un’orda di fan impazzite, dovettero fare un
giro lunghissimo prima di entrare nel parcheggio sotterraneo da una
viuzza laterale, e questo certo non migliorò l’umore già alle
stelle dei due ragazzi.
In
quegli interminabili minuti, l’unico rumore che si sentiva era
quello dei loro respiri.
Shinichi,
snervato da quella situazione, scese così di fretta che rischiò di
chiudere la porta con tale forza da rompere il braccio a Nobu che
stava scendendo svogliatamente dal veicolo.
Fortunatamente
questi ebbe la prontezza di riflessi necessaria per fermare la porta
scorrevole con il palmo della mano e scendere indenne; per poi
inseguire il suo amico che stava già scomparendo dietro a quelle
semichiuse dell’ascensore.
Siccome
aveva dovuto praticamente tuffarcisi dentro si schiantò nello
specchio slogandosi la clavicola.(era: si spatasciò sullo specchio
sgarruppandosi la clavicola.) Stava quasi per rimbalzare
all’indietro quando fu fermato prontamente da Shin che lo prese per
la vita, e questo gli evitò un’ulteriore caduta sul pavimento di
quell’enorme ascensore.
In
compenso si ritrovò tutto il dolce peso di Nobuo sul groppone. Non
che questo andasse totalmente a suo svantaggio…Nel momento in cui
l’aveva “acchiappato”, il cappotto gli era sceso lungo le
braccia fino ad arrivare al livello dei gomiti; denudando quindi il
collo e quella parte di spalle e di torace che i primi bottoni aperti
della camicia lasciavano intravedere. Shin dovette fare ricorso a
tutta la sua buona volontà per non saltargli addosso.
Perciò non appena Nobu riacquistò l’equilibrio lo lasciò andare
immediatamente, allontanandolo manco fosse stato un lebbroso.
Concentrò
il suo sguardo sull’interessantissima pulsantiera lampeggiante, la
quale annunciava che ormai stavano per arrivare al settimo piano, dove
si trovava la sua camera…La 717.
Nobu non disse nulla, ma si lasciò scappare un sospiro quasi
esasperato, dando le spalle a Shinichi fino a che non si aprirono le
porte dell’ascensore.
Uscendo
gli scompigliò bonariamente i capelli, che ricadevano liberi lungo i
suoi splendidi lineamenti, con un sorriso che avrebbe sciolto perfino
i ghiacci del Polo, mormorandogli ad un millimetro dall’orecchio:
“A quanto pare non sono l’unico a cercare di fuggire, mh?”
Shin avrebbe voluto saltargli al collo e dimenticare ogni pudore per
ringraziarlo di quello straordinario sorriso, che dopo tanti anni
tornava ad illuminargli il volto; ma la parte razionale ebbe
nuovamente il sopravvento su di lui.
Era
rimasto paralizzato dalla sua incapacità di agire.
Le sue gambe tremavano, ed il suo cuore batteva come un forsennato
contro la gabbia toracica. Peggio di un adolescente alla sua prima
cotta. Forse perché quella “stagione” della sua vita l’aveva
voluta trasformare immediatamente in qualcosa d’innaturale, una
prematura maturità. A quindici anni era già un adulto; ma essersi
negato allora la sua gioventù aveva fatto sì che provasse il
desiderio di viverla adesso, fuori tempo massimo. Ora che poteva
permettersi tutto ciò che voleva, bramava l’irrecuperabile.
Aver fretta di esser grande, e poi voler tornare indietro…Quando non
si può. (sì lo so che sono parole del Liga ^_^ NdA14)
Per
non rimanere lì impalato come un fesso vicino al suo amico, perdendo
per sempre la sua reputazione d’uomo vissuto che ignorava il
significato della parola “imbarazzo”; corse verso la porta della
camera a perdifiato, con Nobu che lo seguiva poco distante.
Occupato
com’era a correre, non si accorse del rumore di tacchi che si
sentiva poco distante, e appena girato l’angolo per imboccare il
corridoio che l’avrebbe condotto alla sua camera cadde rovinosamente
contro un’ignara ragazza che stava tranquillamente camminando.
Subito si rialzò, e facendo ricorso a tutta la galanteria che aveva
imparato nel quel periodo in cui era stato uno pseudo-gigolò porse la
mano alla giovane con un sorriso scintillante, che tuttavia si spense
non appena scorse le iridi violette della ragazza.
Si
trattava della nipote di quell’antipatico vecchiaccio che alloggiava
nella 718. Era una modella piuttosto famosa, tanto che Shinichi
l’aveva incontrata più di una volta, soprattutto in città famose
per la moda come Londra, Parigi, New York e Milano.
La
sua bellezza andava oltre ogni umana immaginazione, tanto che non
sembrava neanche appartenere a questo mondo. Aveva lunghi capelli
neri, leggermente ondulati, che le arrivano fino alle spalle. La pelle
era chiarissima, quasi come quella di una bambola di porcellana. Aveva
le mani affusolate, con dita lunghe ed unghie ben curate e dipinte con
una finissima patina di smalto. Non c’era qualcosa in lei che fosse
imperfetto, né il naso piccolo e diritto né le labbra sottili…
Neanche i piedi, né troppo piccoli né troppo grandi.
Il suo fisico poi, era davvero invidiabile. Alta e slanciata, con
delle gambe lunghissime e diritte, il ventre piatto ed il seno formoso
ma non eccessivamente prosperoso; stava divinamente con qualsiasi cosa
si mettesse addosso.
Ciò
che di più straordinario c’era in lei erano quei due occhi color
ametista, capaci di stregarti non appena incrociavi il loro sguardo.
Per di più era quella che si definiva una ragazza “dalle buone
maniere”, molto elegante e attenta al galateo. Non c’era azione in
cui non mostrasse tutta la sua innegabile eleganza.
Inoltre
aveva anche una voce dolce e calda, ed una volta ascoltatala
difficilmente si poteva fare a meno di restare ipnotizzato dalla sua
cadenza ritmica e melodica, che tanto rassomigliava a quella di sua
madre quando lo cullava per farlo calmare nelle notti di temporale.
N’era
rimasto così affascinato che per svariato tempo si era lasciato
usare, correndo da lei come un cagnolino ogni volta che lo chiamava,
rischiando svariate volte di rompere con il suo gruppo per farla
felice.
Allora non sentiva il retrogusto mellifluo che avevano le sue parole,
faceva finta di non vedere le sue espressioni crudelmente derisorie;
passivamente chiudeva gli occhi e affidava il suo cuore ad una donna
che l’aveva sempre e solo considerato alla stregua di un giocattolo
né più né meno.
-I always said that I was gonna make it,
Now it's plain for everyone to see,
But this game I'm in don't take no prisoners,
Just casualties,
I know that everything is gonna change,
Even the friends I knew before me go,
But this dream is the life I've been searching for,
Started believing that I was the greatest,
My life was never gonna be the same,
Cause with the money came a different status,
That's when things change,
Now I'm too concerned with all the things I own,
Blinded by all the pretty girls I see,
I'm beginning to lose my integrity-
Il
bello era che dopo averlo sfruttato come meglio credeva, ed averlo
lasciato al suo destino andava a gridare a quattro venti che Shinichi
Okazaki era il più gran bastardo del mondo. Che quando stavano
insieme la picchiava (semmai era lei a non perdere occasione per
avvilirlo), andava con altre donne (perché lei invece che si portava
a letto anche più di un uomo per volta poteva permettersi di
criticarlo) e la sputtanava in giro con un ghigno malefico degno del
peggior stronzo della terra.(sì perché dopo aver perso tutto quel
tempo dietro ad una del genere avrebbe anche dovuto passare le sue
giornate a parlare male di lei, no?)
Comprensibile
che suo nonno non l’avesse in simpatia. D’altronde quei due si
assomigliavano moltissimo nella loro amabile acidità, con quella
bella lingua biforcuta…Sempre pronti a sputare sentenze, dall’alto
della loro famiglia perfetta che ricordava in maniera impressionante
la sua, ma in un certo modo perfino peggiore nella finzione e nella
profonda malvagità dei suoi componenti che si nascondevano dietro
alla loro fama di persone perbene.
La
verità era che lei, Raziel von Luzern, godeva enormemente nel vedere
le persone strisciare adoranti ai suoi piedi, e poterli schiacciare
sotto i suoi tacchi a spillo. Per lei non c’era niente di più
appagante che osservare sadicamente le persone soffrire e compiacersi
nel sapere che era lei la causa delle loro pene.
Quello che rendeva quell’incontro insopportabile a Shinichi, era che
gli occhi del SUO Nobu sembravano essersi incollati a quelli della
“simpaticona”. E lei lo guardava come un serpente guarda un povero
e innocente topolino.
“Non
mi presenti il tuo amico, Shin-kun?” chiese svenevole, porgendo la
mano a Nobuo che ancora era perso nella sua contemplazione.
“Perché
dovrei presentargli una vipera come te? E poi penso che siate entrambi
maggiorenni e vaccinati e quindi possiate anche fare conoscenza da
soli, senza farmi assistere a questo penoso spettacolo.” Rispose
Shin schiaffeggiando con violenza la mano di Raziel.
L’ex-chitarrista
dei Blast, che più passava il tempo meno capiva cosa stesse
succedendo (e questo l’irritava enormemente, quasi più di aver
sentito “Shin-kun” uscire dalle labbra di una donna bella come
quella che aveva davanti) scansò Shinichi dandogli una gomitata alla
spalla, per poi tendere la mano verso quella della donna.
“Piacere,
Nobuo Terashima” disse, stringendo quella mano aggraziata e sottile
con uno dei suoi sorrisi migliori.
“Piacere
mio, Raziel Lilith von Luzern. E’ così tu saresti l’amichetto che
Shinichi ha sempre sognato di portarsi a letto, non è così?”
replicò lei, stringendo la presa sulla mano tanto da ferirla con le
sue lunghe unghie.
Shin
avrebbe voluto sotterrarsi dalla vergogna, o che gli fosse caduto un
meteorite in testa in quell’esatto istante. Insomma qualcosa che gli
evitasse quella situazione insostenibile. Voleva scappare ma le sue
gambe non si muovevano…Sentiva solamente le guance imporporarsi, le
mani stringersi convulsamente in due pugni, le lacrime che
prepotentemente cercavano di scendere dai suoi occhi e un caldo
insopportabile. Caldo, sempre più caldo. E difficoltà a respirare
tra i singulti.
Nobu
d’altra parte era sconvolto dalle parole di quella ragazza. Non
aveva mai pensato, né tantomeno osato credere, che il suo amico
avesse certe mire su di lui. Allora per lui non era altro che un altro
“compagno di letto”? Lui che lo riteneva il suo miglior amico…Lo
aveva ingannato fino ad ora.
Shin
non aveva altri obiettivi che scoparselo. Era questa la verità?
Se
non lo era, allora perché Shinichi non negava? Perché rimaneva lì
fermo come se gli fosse piombato addosso il giudizio universale?
La mano di Raziel si slacciò dalla sua, appoggiandosi sulla spalla.
“Non trovi affascinante che le persone di cui credevi di poterti
fidare, di cui avevi stima, si rivelino essere più vili dei tuoi
peggiori nemici?Che quello che ti spacciano per amicizia sia solo una
bieca via per ottenere i loro scopi ed approfittare di te?” asserì
in tono melodrammatico.
Poi rivolgendosi verso il suo ex-fidanzato “E allora dimmi, Shinichi,
in cosa siamo tanto diversi io e te?”
Il
giovane si passò le mani nelle ciocche argentate, come a cercare di
coprire i suoi occhi dallo sguardo penetrante di Nobu, dal quale
traspariva un certo disgusto (o almeno lui lo interpretava come tale).
“Che io sono capace di provare amore e affetto, a differenza di
qualcun altro qui presente.” Trovò il coraggio di dire prima di
proseguire speditamente oltre Raziel, diretto verso la sua camera. Era
così nervoso ed agitato, che la chiave gli tremava tra le mani e non
riusciva a farla entrare nella serratura.
“Non
si può certo dire che ti manchi il talento retorico, Shinichi.”
Disse ancora la giovane, avvicinandosi a lui. “Vorrei proprio vedere
come convincerai il tuo amichetto che sei il povero martire dei miei
malefici inganni…” sussurrò sfiorandogli la guancia con le sue
unghie affilate. “Grande amico che sei se lo credi così ingenuo,
non è vero Nobu?” aggiunse infine prima di entrare nella stanza
attigua a quella di Shin, e scomparire dietro alla porta chiusa della
camera 718.
Con
la dipartita di Raziel, c’era una tensione tra i due che si poteva
tagliare con il coltello.
Era mai possibile che non potessero avere un attimo di pace? Forse si
era illusi di poter ricreare quel rapporto d’amicizia dopo che tutto
era cambiato. E questa era la punizione per aver creduto in un sogno.
Riuscì
ad aprire la porta della camera, dopo non pochi tentativi ed essersi
addirittura graffiato con la chiave.
Entrò e rimase basito.
Si
maledisse mentalmente per aver dimenticato la finestra aperta. Una
folata di vento aveva sparso per Praga parecchi dei fogli su cui aveva
abbozzato le canzoni per il nuovo album. Mesi di lavoro, letteralmente
andati a carte quarantotto. E dire che le aveva scritte su carta perché
sul pc aveva paura che si potessero danneggiare i file!
Ci rimase talmente male che le gambe non lo ressero, e rischiò di
cadere a terra come un sacco di patate se non che venne preso appena
in tempo da Nobu.
“Ti
dovevo un salvataggio.” Disse Nobu aiutandolo a sedersi sul letto.
“Grazie.”
Sussurrò l’altro sdraiandosi e prendendo una sigaretta dal
pacchetto sul comodino vicino a lui.
“Che
cos’erano quei fogli? Le tue canzoni?” chiese il biondino curioso.
Era meglio tenersi su argomenti neutri. Tanto il chiarimento sarebbe
arrivato comunque, quindi perché torturarsi pensando a quelle che
potevano benissimo essere cattiveria gratuite?
“Già. Davvero niente di che…Sfortunatamente sono l’unico del
gruppo che sappia scrivere melodie decenti. Ma niente a che vedere con
le canzoni che scrivevate tu e Ren.” Replicò Shinichi con una nota
di rammarico nella voce. “Solitamente ce le facciamo scrivere da
altri musicisti e ci limitiamo a cantarle e suonarle.”
Nobuo
si lasciò cadere su un fianco, sdraiandosi vicino a Shin e
puntellandosi su un gomito gli scostò le ciocche di capelli argentati
da davanti agli occhi.
“Si
sente la mia mancanza, eh?” insinuò con un sorriso malizioso.
“Certo.
Tu sì che ne hai di talento, ne hai a palate…” rispose Shin
prendendo quelle dita che si attardavano sulla sua fronte e
portandosele alla bocca.
Nobu si tirò indietro, cadendo dal letto. “SHINICHI! Che pensi di
fare? E pretendi anche che io ti creda? Se ti comporti come un
pervertito, dimmi perché non dovrei credere che fai ti stai
inventando una serie assurda di complimenti solo per portarmi a
letto?”
Shinichi non si scompose minimamente. “Se preferisci credere a lei
piuttosto che a me…Penso proprio che ci siamo detti tutto quello che
c’era da dire.”
L’altro ragazzo non si rassegnò, e rialzandosi prese Shinichi per
il colletto della camicia costringendolo ad alzarsi. In preda ad una
rabbia incontrollabile, lo sbatté contro il muro.
“Dillo
che mi stai prendendo in giro! Non sei forse stato tu a dire che non
volevi più suonare nei Blast perché il sottoscritto non sapeva né
suonare la chitarra né tantomeno comporre melodie orecchiabili.
Com’è che adesso mi sono trasformato nel nuovo Sid Vicious?”
“Ma
allora non hai capito niente di me! NIENTE! Non l’ hai capito che
l’ ho fatto per punzecchiarti? Eri pressoché un ameba, ed io ho
cercato di stimolare una reazione in te! Scusa tanto se mi sono
preoccupato, ed ho cercato di aiutarti a modo mio!” gridò rabbioso
Shin, allontanandolo in malo modo.
Nobu
si aggrappò disperatamente al suo amico, stringendolo in un abbraccio
che sembrava quasi una morsa tanto era soffocante.
“Perché
non riesco a crederti? PERCHE’?” urlò con tutto il fiato che
aveva in corpo. Una nuova ferita bruciava nel suo cuore.
Perché doveva essere tutto così dannatamente difficile?
Perché?
-
Sometimes in life you feel the fight is over,
And it seems as though the writings on the wall,
Superstar you finally made it,
But once your picture becomes tainted,
It's what they call,
The
rise and fall-
Autrice:Akira14
Parte:3/3(4
includendo l’epilogo…)
Rating:
Angst/PSEUDO LEMON!
Pairing:
Vi lascio indovinare ;P
Serie: Nana
Disclaimers:
I personaggi appartengono alla Sensei Yazawa! Io li uso solo per
divertirmi un po’! La canzone invece è di Craig David e Sting.
Dedicato
a: Pam perché mi sostiene sempre, Misato e Arashi per i loro
splendidi siti e alle cugi Saya e Kima ^****** ^
Note:
Se non vi piacciono gli spoiler, non leggete!
Ambientato 7 (chissà xké ;P) anni dopo le vicende di Nana…Siccome
non sono una veggente, ho cercato scuse plausibili per le mie
esigenze…Quindi se con la fine del manga quello che ho raccontato
qui non stesse in piedi, concedetemi una piccola “licenza
poetica”, ok?
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Forse
doveva ammettere a se stesso che non si era mai pienamente fidato di
Shin. Non era una verità facile confessare alla sua parte più
fiduciosa.
Certo, l’essere scappato di casa a quindici anni senza nemmeno
prendere la licenza media e guadagnandosi il pane quotidiano vedendo
il suo corpo al miglior offerente non faceva di Shinichi Okazaki la
persona più affidabile del mondo…Per di più, sapendo che aveva
certe mire su di lui…Come poteva essere sicuro che non gli stava
raccontando un sacco di balle solo per calmarlo?
La certezza al cento per cento non avrebbe mai potuto averla, ma gli
bastava anche solo che il cuore e la mente firmassero una tregua
temporanea, affinché la smettessero di battere all’impazzata il
primo e farsi seghe mentali fino a causargli un tremendo mal di testa
la seconda.
E poi gridavano, urlavano senza sosta. Il cuore voleva il calore
dell’affetto che a lungo gli era stato negato.
La mente, fredda e calcolatrice, gli ricordava che per quelle poche
ore di piacere avrebbe pagato lo scotto d’anni di sofferenza. Già,
perché cosa sarebbe successo se Shin si fosse rivelato sul serio un
bieco approfittatore?
Semplice, sarebbe stato nuovamente solo.
E lui non n’era in grado. Non era capace di affrontare la vita, se
non con il capo chinato, se non aveva vicino a lui qualcuno che gli
volesse bene e gli offrisse il suo appoggio.
Aveva bisogno di QUEL qualcuno. Dal carattere forte, che lo spronasse
a dare il meglio, che gli desse una mano a risalire dall’abisso. E
se si fosse illuso che questi fosse Shin, di fronte all’ennesimo
annichilimento delle sue speranze non avrebbe più avuto la forza di
continuare a tirare avanti la sua sopravvivenza in quel mondo dove
tutto e tutti sembravano coalizzarsi contro di lui.
D’altra
parte, non era possibile che Shinichi avesse finto fin dall’inizio.
Nobu non poteva negare che, per conoscersi da pochi mesi, il giovane
Okazaki gli era stato molto più vicino degli altri che erano suoi
amici già da diversi anni.
La loro amicizia era vera. Sicuramente, allora, non c’erano doppi
fini da parte di nessuno dei due.
D’altronde
quella donna, Raziel, poteva benissimo aver mentito spudoratamente
solo per farli litigare. Sembrava il tipo che amava seminare zizzania,
dopotutto.
Ed
effettivamente era stato lui a vivere, a voler sentire le parole di
Shin in un determinato modo. Lui l’aveva detestato per la mancanza
di tatto nel dirgli che non aveva talento, ma probabilmente lo Shin
quindicenne di allora voleva solo spronarlo a dare il suo meglio.
Aveva visto quanto era abbattuto e aveva voluto stimolare in lui della
sana competitività.
Appoggiò
la testa sulla spalla di Shin, facendo scendere le sue braccia dalla
schiena fino ai suoi fianchi stretti.
Questi
non accennava risposta al disperato sfogo del suo amico, ma si
limitava ad accarezzargli teneramente la nuca aspettando che fosse
abbastanza lucido da affrontare finalmente il chiarimento che entrambi
esigevano da fin troppo tempo.
Nobu
dal canto suo non sapeva cosa scegliere. Restare o andarsene?
Riflettere o agire?
La vita gli aveva mostrato più di una volta che sia l’essere
istintivo, sia l’agire dopo interminabili riflessioni potevano
rivelarsi alquanto deleteri.
Qualunque
scelta avesse preso, ci avrebbe rimesso lo stesso.
Tanto valeva guadagnarci almeno un minimo di piacere, no?
“Ci
abbiamo provato, Nobu.” Sussurrò Shin depositandogli un bacio sulla
fronte, per poi sciogliersi da quel caldo abbraccio.“Ho apprezzato i
tuoi sforzi per recuperare tutto, davvero. Se però credi che io ti
stia mentendo, restare qui a parlare è del tutto inutile. Manca il
fondamento basilare d’ogni tipo di rapporto. La fiducia reciproca.
Mi rendo conto che in questi anni avrei potuto farmi sentire, e che è
stato molto egoistico da parte mia continuare a vivere la mia vita
come se tu non fossi mai esistito. Non ho scusanti. Non credo
d’avere alcun diritto di venirti a dire che DEVI credere in me,
perché non posso certo dire di essermi mai impegnato a cercare di
riallacciare i rapporti con te…Insomma…” proseguì torturandosi
le mani l’una con l’altra, osservando interessatissimo la punta
delle scarpe di Nobu.
“Quanto
sei diventato logorroico in questi anni, Shin.” Lo zittì
quest’ultimo posandogli l’indice sulle labbra. Quel flusso
sconnesso di parole gli stava facendo venire mal di testa. In fondo
sapeva dove voleva andare a parare il suo amico.
E non aveva niente in contrario a dargli quello che voleva. Così
aveva deciso il suo cuore. Per rifletterci sopra avrebbe avuto tutto
il resto della sua vita. Doveva cogliere l’occasione che gli si
presentava. Adesso.
Il
dito scivolò lungo il mento, per poi scendere ad aiutare le dita
dell’altra mano a levare a Shinichi quell’inutile maglia di cotone
a maniche lunghe.
Shin,
completamente sconvolto dall’improvviso spirito d’iniziativa del
timido Terashima si limitò semplicemente ad alzare le braccia per
facilitargli le cose.
La
maglia fu buttata distrattamente sul pavimento, mentre il palmo di
Nobuo si posò sul pallido torace di Shin, spingendolo sul letto ad
una piazza e mezza. Il ragazzo dai capelli argentati si lasciò cadere
a peso morto sul materasso, mentre il biondo chitarrista lo seguì a
ruota posizionandosi a carponi su di lui.
Shin
lo prese per il colletto della camicia, tirandolo verso di sé.
Come perdere un’occasione del genere?
Ancora piuttosto timoroso di un possibile rifiuto da parte del
biondino, che quella sera si stava dimostrando piuttosto volubile, si
limitò a toccargli appena delicatamente le labbra con un casto bacio.
Erano morbide e calde, ed anche quel semplice sfioramento riusciva a
ritemprarlo come una tazza di cioccolata bollente dopo una giornata
stressante al freddo e al gelo passata a viaggiare verso la prossima
tappa.(figurarsi se il loro manager gli permetteva di sprecare soldi
ad accendere il riscaldamento sul pulmino)
Non c’era niente di paragonabile a quel semplice tocco, sebbene
fosse andato a letto con un’innumerevole quantità di donne e i baci
avessero ormai perso di valore, diventando una semplice
“prestazione” come tutte le altre; sebbene pensasse che essi
avessero tutti lo stesso sapore e per questo non si sarebbe mai
accontentato di così poco…Con Nobu era diverso.
Gli bastava già quel poco che l’altro gli dava.
Fu
nuovamente Nobu a dimostrare la sua audacia, lambendo impazientemente
le labbra carnose di Shin con la lingua come a cercare una via
d’accesso per quell’antro caldo ed invitante.
Shinichi
non se lo fece ripetere due volte, e ricambio il bacio con ugual
passione.
Le loro lingue cominciarono a duellare freneticamente, senza che una
delle due prevalesse sull’altra. Nobu fino a poche ore prima non
avrebbe immaginato nemmeno nelle sue fantasie più audaci di finire a
letto con il suo miglior amico, mentre ora gli era chiaro a cosa
sarebbero arrivati proseguendo per quella “perversa” strada e
malgrado ne fosse consapevole…Non gli dispiaceva affatto.
Shin
stava assaporando il gusto di avere finalmente per se la persona a
lungo desiderata, quella che si considera pressoché irraggiungibile e
che quasi si spera incosciamente di non incontrare mai, per non
rovinare l’ideale magnifico dipinto nella propria mente. Nobu però
non lo stava affatto deludendo. Certo non era lo stesso di sette anni
prima, ma questo non significa che il cambiamento dovesse essere stato
per forza in peggio.
Si attardò a mordicchiare il labbro inferiore del biondino, quando
questi si sollevò per sedersi comodamente sul suo inguine. Shinichi
trovava quella sistemazione un po’ scomoda, e non faceva certo
scrupoli a lamentarsi con il suo amico. Solo che fu preceduto dalle
parole di Nobu.
“Meglio
che vada a farmi una doccia prima di addormentarmi in piedi.” (Nobuuuuuuuu
-_________-! NdA14)
Detto
questo, lasciando completamente senza parole il povero Shinichi. Al
giovane bassista ci vollero cinque minuti buoni per riprendersi dallo
shock dell’improvvisa dipartita di Nobu. Pensava che il suo amico
fosse preso tanto quanto lui da quel bacio mozzafiato e invece il
biondino pensava tranquillamente ai fatti suoi!
Quell’uscita avrebbe anche potuto evitarla! Maledizione. Se n’era
andato in bagno così, senza alcun preavviso…Avrebbe dovuto
aspettarselo, però. Sapeva che Nobu preferiva fuggire di fronte alle
emozioni forti, poiché lo confondevano.
Questo era chiaro soprattutto nel caso della rabbia. Lui non gridava
mai contro gli altri, non inveiva se non in qualche rarissima
occasione con Nana Oosaki, salvo poi pentirsi della sua sfuriata. Lo
spaventava arrabbiarsi, perdere il controllo di se stesso era ciò che
temeva di più. Qualcuno poteva dire che non aveva carattere, ma non era
certo facile scaldarsi e poi pentirsi poco dopo di averlo fatto
dicendosi “Come ho fatto ad arrabbiarmi per una cosa del genere?”
oppure “Ho avuto una reazione spropositata, dovrei vergognarmi di me
stesso.”
Tanto valeva far finta di lasciar passare tutto e poi covare mille
rancori dentro.
Forse
perfino il desiderio sessuale cominciava ad intimorirlo…
Forse…Magari…Chissà? Solo parlandone con lui avrebbe potuto
capire esattamente cosa passasse per la sua testa.
Perciò
si alzò, e senza neanche bussare aprì la porta che fortuitamente non
era stata chiusa a chiave.
Nobuo
si stava tranquillamente facendo la doccia, come se niente fosse. Come
se non fosse in compagnia di un ventiduenne con tutti gli ormoni in
visibilio per quello che era accaduto poco prima.
Shin
spalancò le porte scorrevoli della doccia senza fare tanti
complimenti. Nobu non ebbe nemmeno il tempo di accorgersi di cosa
stesse accadendo, che si ritrovò bloccato contro il muro. Le mani di
Shin, infatti, gli tenevano saldamente le spalle impedendogli
qualsiasi movimento. Voleva protestare per la mancanza di tatto del
suo amico, che non solo dimostrava di avere il benché minimo rispetto
del pudore altrui ma addirittura mostrava una certa predisposizione a
voler imporre il suo punto di vista con la violenza… Quando le
labbra di Shin zittirono violentemente le sue, succhiando prima e
mordendo poi mentre la lingua s’impegnava alacremente a sedare
qualsiasi accenno di discorso da parte di quel chiacchierone.
Dapprima
Nobuo cerco di liberarsi di Shinichi, ma poi le mani che cercavano di
allontanarlo scesero a stingere in un morsa gli abiti ormai fradici
del suo amante.
Shinichi
non voleva sembrare troppo avventato, per non spaventare ulteriormente
Nobu. Ma era difficile mantenere il controllo quando tutto il suo
corpo gli ordinava quasi incessantemente di agire incurante della
volontà del giovane Terashima.
Possibile
che tra loro non potesse essere tutto facile come lo era sette anni
prima? Quando l’unico rapporto che c’era tra loro due era una
profondissima amicizia. Invece tutto si era dovuto complicare, ed ora
stava perdendo ogni freno. Era pronto perfino a violentarlo!
Sentendo
che Nobu si era effettivamente rilassato un pochino, e confidando nel
fatto che non avrebbe più fiatato scese a mordicchiargli il collo.
Speranza
vana. Non appena lasciò libere le labbra di Nobu, per far scorrere le
sue lungo la linea dello sternocleidomastoideo, sentì che il biondino
aveva qualcosa da dire.
“Shinichi,
mi dispiace.” Mormorò Nobu con voce fioca, quasi spezzata dal
dolore.
Shin
non poteva crederci. Era sicuramente uno scherzo. Adesso si
dispiaceva! Dopo essere stato lui a cominciare “tutto”!
Si
sentiva un codardo, ma non aveva il coraggio di alzare gli occhi e
guardarlo. Ma non fu necessario. Ad un tratto sentì il corpo di Nobu
tremare tra le sue braccia. Cercando di scacciare dalla sua mente
tutti i cattivi pensieri, alzò nuovamente la testa per guardare il
suo amico negli occhi.
E avrebbe voluto non farlo affatto.
Nobu piangeva.
Piangeva come solo una persona disperata, senza più alcun barlume di
speranza può fare.
Piangeva senza freno, con violenza, strozzato dai suoi stessi
singhiozzi.
Piangeva proprio quando credeva che i suoi occhi avessero dimenticato
come si facesse.
Piangeva perché non era più in grado di amare.
Piangeva perché aveva allontanato lui stesso le persone che gli
volevano bene.
Piangeva perché aveva distrutto con le sue mani il sogno di una vita.
Piangeva perché aveva perso un’amicizia.
Piangeva perché nonostante tutto, nonostante il mondo gli fosse
crollato addosso, Shin era di nuovo con lui.
Piangeva.
Shinichi si staccò leggermente da lui, il necessario per asciugargli
dolcemente le lacrime.
Gli tornò alla mente che aveva pensato di aggredire quel piccolo
uomo, fragile ed insicuro…Si vergognò di se stesso.
Nobu
era quanto di più prezioso ci fosse nella sua mesta esistenza, e non
aveva intenzione di rovinare tutto comportandosi in maniera avventata.
Uscì dalla doccia, sgocciolando su tutto il pavimento, ed invitò
l’amico a fare altrettanto. Nobu si era accovacciato sul pavimento
della doccia e rivolse a Shin un sorriso appena appena accennato.
“Se tieni quegli abiti bagnati finirai per prenderti un
accidente!” disse Nobu asciugandosi le lacrime con le nocche della
mano destra.
“Mi fa piacere sapere che ti preoccupi della mia salute…Mamma.”
Sorrise di rimando Shin porgendogli un accappatoio “Allora, esci o
no da questa doccia?Oppure vuoi che resti qui a fare l’appendiabiti
umano?”
“Sai com’è, arredi perfettamente questo bagno…” ribatté Nobu
ironico.
“Grazie
del complimento, ma sono molto richiesto…Quindi se potessi darti una
mossa…” rispose Shin.
Nobu
si zittì, e per un attimo si guardarono solamente negli occhi.
Gli occhi rossi e gonfi di Nobu che si riflettevano in quelli color
verde-acqua di Shin.
“Tu
comincia ad andare, tra poco ti raggiungo.” Disse Nobu.
Shinichi non aveva voglia di discutere ancora, e perciò dopo essersi
liberato degli abiti bagnati ed essersi messo l’accappatoio che
aveva in mano uscì dal bagno.
Si
accese una sigaretta, sedendosi alla piccola scrivania che c’era
nell’angolo, vicino alla finestra. Si scosto un ciuffo argentato
dalla fronte e si posizionò il posacenere in modo che non desse
fastidio ed allo stesso tempo non fosse costretto a voltarsi ogni
volta per vedere dov’era.
Cercò di ricordare vagamente qualcuna delle melodie che aveva
composto, e siccome non gliene veniva una cominciò a mettere giù
qualche testo alla rinfusa…Erano piuttosto penosi, ma qualche
paroliere che sapeva il fatto suo gliele avrebbe messe a posto.
Certo,
con Nobu al loro fianco sarebbe stata tutta un’altra musica, era
proprio il caso di dirlo!
Siccome
sembrava proprio che la sua vena artistica fosse andata ormai a
dormire (come la mia che non so dove sia finita -__- NdA14), si alzò
per prendere il basso. Forse qualche nuova melodia gli sarebbe venuta
in mente, o perlomeno poteva scrivere la partitura per il basso e la
chitarra.
Niente di niente. Tra l’altro quel silenzio era insostenibile…Si
sentiva solo il rumore delle lancette della vecchia sveglia d’ottone
sul suo comodino, e Nobu sembrava essersi impiccato in bagno. Però
non sarebbe certo morto in un modo così anonimo…Nobu era il tipo da
buttarsi giù da una finestra, e in bagno non ce n’erano…
Shinichi scosse la testa. Già, non c’era di che preoccuparsi.
Ma
nemmeno con il basso l’ispirazione sembrava voler arrivare, perciò
Shin si alzo per posarlo sul letto. Si sedette nuovamente alla
scrivania, accendendosi un’altra sigaretta e mettendosi comodo con
le gambe sul tavolo e le braccia piegate dietro la nuca.
La sigaretta che aveva in mano, però, ad un tratto scomparve. Se ne
accorse quando portandola alla bocca, notò di non avere niente fra le
dita. Guardò se per caso fosse nel posacenere, e fu allora che vide
Nobu appoggiato al muro, con la SUA sigaretta in mano che lo guardava
divertito.
“Fumare
troppo fa male ai tuoi pooooooveri polmoni. Che ho fatto di male, per
meritarmi una testa calda come te?Almeno mi dessi qualche
soddisfazione…” scherzò Nobu scompigliando i capelli di Shin.
“Voi
madri siete tutte uguali, sempre pronte a ficcanasare quando vi si
presenta l’occasione!” ribatté Shin riprendendosi la sua
sigaretta, mentre un sorriso si dipingeva sulle sue labbra.
“Ma come? Dopo tutti gli sforzi che ho fatto per crescerti come si
deve, tu mi denigri così?” rispose Nobu, portandosi una mano alla
fronte fingendosi affranto.
“Ah,
se questo è crescermi come si deve…Non oso immaginare come sarei
diventato senza di te.” Affermò Shin sarcastico.
“Vedi.
Proprio nessuna soddisfazione mi dai…Che cosa ci devo fare io, con
uno come te? Me lo spieghi che ci devo fare?” disse Nobu con uno
sguardo sconsolato, mentre le sue braccia si allacciavano alla vita di
Shin.
“Spero di non dovertelo spiegare io, Nobu. Altrimenti sei più
stupido di quanto credessi.” Concluse malizioso Shin, rubandogli un
bacio a fior di labbra.
“Sempre il solito ninfomane. Possibile che tu non abbia altri
pensieri per la testa?” rispose Nobu mordicchiandogli il piercing.
“Possibilissimo,
quando sono con te.” Disse Shin, ansimando leggermente. “E poi
parli proprio tu, che mi provochi così!” aggiunse indispettito.
“Sono un po’ lunatico in questo periodo.” Disse Nobu,
staccandosi da Shin e buttandosi sul letto.
“Non l’avevo notato, guarda…” constatò sarcasticamente
Shinichi, spegnendo la sigaretta e appoggiandosi al muro, nel medesimo
punto dove prima stava Nobu. Da lì lo poteva ammirare senza mettergli
alcuna fretta.
Ed era veramente bello.
Non di quella bellezza sfolgorante o inusuale, così straordinaria da
non riuscire più a staccargli gli occhi di dosso.
Era una bellezza che attirava l’attenzione soltanto di coloro che
erano abbastanza accorti da coglierla, e sufficientemente pazienti da
attendere che si esprimesse in tutto il suo splendore.
Non
ti innamoravi di lui al primo sguardo, ma man mano che lo conoscevi
avevi modo di apprezzare le sue innumerevoli qualità, e questo lo
rendeva più affascinante di tanti bei visini da copertina.
La forza dell’abitudine aveva portato Nobu a mantenere la sua solita
pettinatura “spinosa”, ma Shin doveva ammettere che lo trovava
molto più carino con i capelli tutti in disordine, con quell’aria
così…Così tenera!
Infatti,
seppur fossero passati sette anni il suo volto non aveva perso quei
lineamenti fanciulleschi che avevano stregato Shin.
Mentre
lui cresceva troppo in fretta, sembrando già un adulto alla tenera età
di quindici anni, Nobu era rimasto un bambinone sia fisicamente che
caratterialmente.
Certo, dopo la delusione datagli da Hachi aveva perso molto del suo
innato ottimismo e della sua vitalità ma se non altro il suo viso non
riportava dettagliatamente la corruzione di una vita dissoluta, come
invece era chiaro anche solo guardando lo scapestrato Okazaki negli
occhi.
In
qualche modo il suo animo, che aveva eretto una barriera invalicabile
per non essere più ferito, era rimasto puro come allora.
E tutto questo si poteva vedere dai suoi occhi trasparenti, da quel
suo modo imbarazzato di grattarsi la nuca, da quel sorriso che
illuminava da solo tutta la stanza.
Se
ne stava tranquillo, schivando abilmente lo sguardo inquisitore di
Shin.
Al
contrario di pochi attimi prima, quando sembrava essere sul punto di
avere una crisi isterica, era talmente rilassato che si stava
addirittura addormentando!
Shinichi
si avvicinò di soppiatto, approfittando del fatto che Nobu avesse gli
occhi chiusi. Quest’ultimo si accorse di lui solo quando sentì le
sue labbra fresche posarsi sulla fronte.
“Ti
amo, baka.” Affermò Shinichi, come se stesse dicendo la cosa più
ovvia del mondo. Una frase tipo “l’acqua è bagnata”, tanto per
intenderci.
Nobu
non sapeva come rispondergli. Era certo che Shinichi gli stesse
dicendo la verità, ma non era questo il punto.
Il problema era che non era sicuro che gli facesse piacere il fatto
che lui l’amasse.
Certo non gli dispiaceva. Ed anche se avesse scoperto che per Shin non
provava che della mera attrazione fisica; dopo essere stato tradito da
lui a quella maniera, alla fine Shinichi non avrebbe fatto altro che
raccogliere quello che aveva seminato. No?
E allora perché doveva sentirsi così in colpa?
S’impose
di non pensarci più. Avrebbe sezionato la sua mente contorta la
mattina seguente. Non c’era ragione di rovinare quella che si
prospettava una bella serata, se solo avesse messo a tacere quelle
vocine che, malefiche gli sussurravano “Il fatto che ti ami non
significa nulla. Quante persone, che dicevano di amarti ed erano
sincere ti hanno lasciato? Prima o poi il distacco avviene, e tu lo
sai. E i ricordi felici non sono mai abbastanza numerosi e vividi
nella tua mente per riuscire a contrastare il dolore della perdita.
Allora tanto vale non affezionarsi a nessuno, imparare a vivere come
singolo.
E se chi ben comincia è già a metà dell’opera, allora alzati e
vattene. Dì addio per sempre a questo ragazzo.”
Nobu cercava di non prestarci attenzione, ma era come se questi
pensieri s’impossessassero di lui contro il suo volere, portandolo a
compiere azioni che sembravano rispecchiare l’esatto contrario dei
suoi desideri.
Doveva affrontare i problemi. Farlo quella sera o la mattina seguente,
però, non faceva alcuna differenza. No?
Nonostante non fosse ancora molto convinto, accarezzò la nuca di Shin
invitandolo ad avvicinarsi maggiormente a lui.
Dopo un paio di semplici tocchi fugaci, dischiuse le sue labbra
lasciando che la sua lingua andasse all’avanscoperta di quella bocca
decisamente indignata dal suo rinnovato spirito d’iniziativa.
Infatti, Shin sembrava molto incerto sul da farsi: lasciarsi andare o
procedere con i piedi di piombo?
Siccome gli era stato ampiamente dimostrato che seguire il suo istinto
non sarebbe servito a niente, se non a farsi odiare definitivamente da
Nobuo, Shinichi fece ricorso a tutta la sua forza di volontà per
staccarsi dalle labbra del biondino, per poi indirizzargli uno sguardo
che non prometteva niente di buono.
“Allora,
la vogliamo fare finita?” sibilò Shin gelido, piazzandosi
letteralmente sopra di lui. Questa volta, invece delle spalle, aveva
pensato bene di tenergli fermi i polsi, casomai Nobu avesse voluto di
nuovo scappare. Non gliel’avrebbe permesso. Era ora di smetterla di
giocare a nascondino.
“Non so di cosa tu stia parlando, Shin.” Mugugnò Nobu
infastidito. “E lasciami andare che mi stai facendo male.”
“No.” Rispose Shin deciso.
“Potresti
dirmi che c’è? Sto cominciando ad arrabbiarmi…” disse Nobu
cominciando ad accennare un minimo di reazione nei confronti
dell’immobilità cui lo costringeva il ragazzo dai capelli
argentati.
“C’è
che tu non ti fidi di me, Nobu. Non so se tu abbia creduto alle mie
parole, oppure no.
Non è questo il punto.
Tu preferisci credere a Raziel, alle tue stupide fisime…PIUTTOSTO
CHE A ME.
La vedi quella porta?
Bene, se non sei disposto a dirmi che c’è che non va puoi sempre
andartene.” Gridò stringendo dolorosamente la stretta sui suo
polsi. “E sappi che ormai ti sei bruciato l’omofobia, come
scusa.” Aggiunse acido.
“LO
VUOI SAPERE CHE C’E’SHINICHI?” urlò altrettanto forte Nobu,
girandosi verso la finestra per non essere obbligato a vedere il volto
del suo migliore amico sfigurato dalla rabbia. “C’E’ CHE HO
PAURA!
Paura che tu mi lasci di nuovo solo!
Perché prima o poi verrà il momento in cui te ne andrai, ed io non
sono sicuro di riuscire a sopportare nuovamente il dolore del
distacco.
C’è
che ti odio.
C’è che ti amo.
C’è che non sono NULLA in confronto a TE.
Tu
sei più talentuoso, più affascinante, affabile e simpatico di me.
Non c’è da sorprendersi che tu abbia avuto successo.
ECCO CHE C’E’!”
Shinichi
lasciò andare i polsi di Nobu, ma non fece neanche finta di liberare
il ragazzo dal suo dolce peso.
La sfuriata di Nobu l’aveva sorpreso, ma gli faceva piacere che per
una volta gli avesse gridato contro invece di mordersi le labbra in un
angolo.
Pian piano, le cose tra loro stavano progredendo.
Se si fosse alzato, probabilmente Nobu si sarebbe alzato per andare
nuovamente in bagno.
E ora DOVEVA restare lì dov’era.
“Liberissimo
di pensare di non avere talento. Siamo in un paese democratico.
Lascia però che ti dica che raramente mi è capitato di sentire tante
stronzate raccolte in una sola frase.
Non
sei al mondo per metterti costantemente a confronto con me. Io sono
io, e tu sei tu.
Secondo la mia modesta opinione, sei tu ad essere migliore di me.
Io farei qualsiasi cosa per i soldi. QUALSIASI.
Venderei l’anima al diavolo, se solo immaginassi di averne qualche
guadagno.
Non mi faccio scrupoli a sfruttare le persone che mostrano in un
minimo di fiducia in me. Ho affinato il mio charme per meglio
attirarle nella mia trappola e raggirarle, derubarle o usarle come mie
marionette.
Raziel aveva ragione. In fondo non sono poi molto diverso da lei.
Tu invece ami il prossimo in modo disinteressato, ed anche se questo
ti ha portato ad avere una ferita insanabile nel cuore; sicuramente tu
hai vissuto quei momenti in modo molto più VERO di me.
Io
non voglio essere un rimpiazzo, vorrei essere la Cura a quella ferita.
So che tu pensi che finirò per essere solo un placebo, e sinceramente
non so come farti cambiare idea.
Posso solo dirti che ti amo.
Che sono pentito di non aver capito che avevi bisogno di me, che mi
dispiace di essere scomparso dalla tua vita per sette lunghi anni.
Potessi tornare indietro, mi comporterei in modo diverso, e tu lo sai.
Ma non si può, ed io dovrò convivere per sempre con il rimorso di
essere stato un pessimo amico.
Smettila
di punirti per qualcosa che IO ho fatto. Se vuoi vendicarti di me non
sentirti in colpa, ne hai tutte le ragioni.
Se solo potessi riparare a qualche modo gli errori che ho
commesso…Se solo potessi esserti vicino ed aiutarti a non avere più
paura di amare…Aiutarti a vivere.
Ho
solo una richiesta, che ti potrà suonare illegittima: FIDATI DI ME.
Non
ti lascerò mai più, perché per me non esiste un futuro in cui tu
non sia accanto a me.
Io ti AMO.” Concluse Shin rompendo ogni contatto fisico con il corpo
del suo “amico”, e sdraiandosi per l’ennesima volta al suo
fianco, dandogli la schiena.
Solo
disconnerti un istante
Quasi fosse tregua
Come
fosse prima
Come si aspettava, non appena lasciò libero Nobu di muoversi, questi
si alzò dal letto.
“Scappi
di nuovo, Nobu?” chiese con tono neutro.
Non ebbe nessuna risposta. Ma sorprendentemente il giovane Terashima
non lasciò la stanza, ma prese solamente i fogli scarabocchiati da
Shin non molto tempo prima, e si lasciò ricadere sul materasso a peso
morto.
Shinichi
non resistette alla tentazione di sapere cosa ne pensasse il suo
compagno di stanza dei suoi brani.
Anche
se non avesse avuto il coraggio di dirgli che gli facevano pena,
l’avrebbe letto dalla sua espressione.
Perciò
si rigirò nel letto per incontrare lo sguardo assorto di Nobu.
Il
giovane era appoggiato alla testiera del letto con la schiena, ed
aveva una penna sull’orecchio sinistro che ogni tanto toglieva per
correggere gli spartiti o i testi |