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The Rise And Fall di Akira14


Parte:1/3 (forse)
Rating: Seghe mentali!! Direi S per esagerare ^^
Pairing: Vi lascio indovinare ;P
Serie: Nana
Disclaimers: I personaggi appartengono alla Sensei Yazawa! Io li uso solo per divertirmi un po'! La canzone invece è di Sting e Craig David J
Dedicato a: Pam perché mi sostiene sempre, Misato e Arashi per i loro splendidi siti e alle cugi Saya e Kima ^****** ^
Note: Se non vi piacciono gli spoiler, non leggete!
Ambientato 7 (chissà xké ;P) anni dopo le vicende di Nana…Siccome non sono una veggente, ho cercato scuse plausibili per le mie esigenze…Quindi se con la fine del manga quello che ho raccontato qui non stesse in piedi, concedetemi una piccola "licenza poetica", ok?

Shin se ne stava seduto sul letto osservando apatico il soffitto.
Tra le labbra una Malboro, di quelle che ti viene un cancro al polmone solo a guardare la stratosferica quantità di nicotina e condensato che hanno.
Aveva smesso di fumare le Black Stone. Troppi ricordi erano legati a quel nome.
Persone che avevano segnato la sua vita, che avevano lasciato un solco profondo nella sua anima ed una ferita insanabile nel cuore.
Volti che si perdevano nel fumo della sua sigaretta, voci che rimbombavano nella sua testa…A cui però non riusciva a dare il nome. O a cui forse non VOLEVA dare un nome.
Al contrario, c'erano eventi che ricordava perfettamente, senza bisogno di fare nessuno sforzo di memoria. Come la prima volta che aveva sentito che aveva sentito Nobu suonare la chitarra. Il suo simile stile così simile e così diverso al tempo stesso da quello del suo mito, l'inimitabile Ren Honjo…Impossibile spiegare il rapporto che il biondino aveva con il suo strumento; vivevano quasi in simbiosi. Ren, invece si era messo a suonare costruendo chitarre con mezzi di fortuna e pian piano aveva scoperto che suonare era tutta la sua vita.
Insomma, Ren e Nobu non erano paragonabili né come personalità né tantomeno come musicisti ma entrambi suonavano divinamente, e lui non sarebbe mai stato capace di arrivare al loro livello.
Dal lato tecnico forse li aveva addirittura superati, ma la sola tecnica non era sufficiente per definirsi un musicista professionista.
Lui possedeva il talento, questo sì.
Ma non la passione. 
Per lui il basso non era nient'altro che un modo per mettersi alla prova, lo strumento per soddisfare la sua smodata voglia di primeggiare. Doveva dimostrare di non essere il migliore.
C'era riuscito, ed ora che cosa ne aveva ottenuto in cambio?
Ricchezza.
Fama, non solo in Giappone ma in tutto il mondo. Cosa in cui non erano riusciti nemmeno i tanto decantati Trapnest.
Allora cos'era quel senso d'insoddisfazione che aleggiava tutto intorno a lui?
Ieri gli bastava esibirsi di fronte ad una cinquantina di persone per sentire l'adrenalina scorrergli con violenza nelle vene; oggi vederne centinaia di migliaia che gridavano forsennatamente il suo nome non gli faceva né caldo né freddo.
Una frase ronzava nella sua testa, non rammentava chi l'avesse detta e nemmeno se fosse stata veramente pronunciata; ma sembrava un'espressione tipica di Nana Komatsu.
"È una vera disgrazia che l'avidità umana non conosca limiti." 
Aveva ventidue anni, e si sentiva come se ne avesse avuti il doppio. Semplicemente si era svegliato una mattina e si era scoperto vecchio.
Esteriormente non aveva perso neanche un millesimo del suo fascino, che per la strada faceva girare uomini e donne estasiati. Dentro però era svuotato, arido e disilluso, avvilito dalla vita come l'arcigno vecchio della stanza vicino alla sua; che non perdeva occasione di lasciar cadere le sue acide "allusioni" ogni qual volta s'incrociavano nel corridoio.
Forse era perché aveva dovuto e aveva voluto crescere troppo in fretta, negandosi l'adolescenza e passando direttamente all'età adulta.
Non si era mai fermato a farsi un esame di coscienza. Avrebbe dovuto riflettere sul rapporto con i suoi genitori, e francamente gli veniva la nausea solo a fare un rapido excursus di tutto quello che li riguardava. Già giudicava miracoloso che suo padre si fosse convinto, dopo essersi fatto avanti e poi tirato indietro per un'infinità di volte, a firmare il permesso per farlo esibire con i Blast! Certo non poteva scomodarlo con la sua presenza a casa, che non avrebbe creato che scompiglio nella "famiglia perfetta e felice" degli Okazaki.
Shin pensava sovente che quei due meritavano davvero un monumento, per riuscire a mantenere la loro facciata di perbenismo anche dopo aveva rischiato seriamente di mandare tutto all'aria con la sua fuga a Tokyo.
Certo, ora potevano pavoneggiarsi con tutto il vicinato di avere un figlio che suonava in una delle band più famose del mondo. Oh, se la immaginava sua madre che gridava ai quattro venti quanto le fosse costato crescere quel ragazzino ribelle, e che, finalmente,i suoi sforzi sovraumani per tirar fuori del buono da quella mela marcia erano stati ripagati.
Nonostante fosse partito con l'idea di vivere la sua vita, rinnegando la sua famiglia senza farsi troppi problemi, convinto di aver ormai tagliato i ponti con la sorgente dei suoi problemi; ecco che di nuovo si presentava agli altri con una personalità preconfezionata, con Shinichi Okazaki il bassista anticonformista, donnaiolo e a modo suo geniale.
C'era anche Shin il bambinone, quello che piangeva come una fontana per un nonnulla o che vedeva Reira alla stregua di una sorella maggiore o ad una graziosa compagna di giochi.
C'era lo Shin solo e abbandonato, che riconosceva se stesso nelle donne con cui andava a letto.
Lui non era perfetto come le fan dei Seven Sins, la sua nuova band, volevano credere…
Molte volte era tentato di confessare tutto, di vuotare il sacco.
Avrebbe sacrificato tutto quello che aveva costruito nella sua vita.
Ma valeva la pena di vivere nella menzogna?

Sometimes in life you feel the fight is over,
And it seems as though the writings on the wall,
Superstar you finally made it,
But once your picture becomes tainted,
It's what they call,
The rise and fall

Era rinchiuso in una gabbia d'obblighi e di costrizioni, la stessa in cui era nato e cresciuto fino al compimento dei suoi quindici anni. Aveva creduto di poter evadere divenendo il bassista dei Blast, tuffandosi in quel nuovo ambiente e cercando di adattarsi fino a che non avesse scoperto se era realmente ciò che desiderava. Ma gli era impossibile vivere senza una maschera, denudato delle sue difese, esposto al crudele giudizio del suo giudice interiore che senz'altro l'avrebbe condannato senz'appello.
Complessato, eh? Chi, d'altronde sarebbe cresciuto sereno sentendo gli occhi inquisitori delle stesse persone che lo hanno messo al mondo, come a dire "ti abbiamo dato la vita, possiamo anche togliertela." ?
Shin aveva una paura matta che se avesse rinunciato alla vita fittizia che si era costruito, avrebbe anche potuto scoprire di non piacersi affatto.
D'altronde non aveva più la forza per mettersi nei panni del regista di quel reality-show misto a fiction di quarta categoria che era la sua vita.
Tutta la voglia di fare che gli era rimasta gli bastava giusto per guardare il soffitto bianco della sua stanza d'albergo. Beh, se proprio si sforzava riusciva anche a dare un'occhiata rapida rapida a quello che gli stava intorno.
Non che ci fosse granché da vedere.
Barocca. Ecco l'aggettivo che meglio si adattava a quell'accozzaglia assurda d'oggetti.
L'imperativo dell'hotel? Esagerare.
Dall'esterno non si sarebbe detto, anzi quelle enormi vetrate sembravano anticipare che all'interno ci si sarebbe trovati in un ambiente spoglio e freddo, anche se molto illuminato.
Nell'entrare nella sua camera la prima cosa che aveva notato Shinichi era stata la cornice dello specchio, dorata.
Ma non di quell'oro brillante che può anche essere piacevole alla vista, era un oro stucchevole e i troppi riccioli della decorazione risultavano eccessivi a qualsiasi occhio dotato di un minimo di buon gusto.
L'unica finestra della camera dava sul cortile interno. Shin aveva espressamente chiesto che non desse sulla piazza di fronte all'entrata, perché certamente sarebbe stato costretto a sorbirsi giorno e notte le stupide facce delle sue fan. Avrebbe invano cercato un volto amico, i dolci lineamenti di una persona che non vedeva da troppo tempo ormai.
Le tende erano di velluto rosso, con al fondo dei fili attorcigliati in sottili trecce…Indovinate di che colore?
Dorate! Anche il pomello per aprirle e chiuderle era color oro! Per non parlare delle maniglie.
Perfino il lampadario era di quel detestabile colore…E dire che era un bel lampadario, vecchio stile, dal tratto aristocratico…Così bello che pareva uscire dal mobilio della Reggia di Versailles…Se solo fosse stato d'argento!
Le lampadine che erano state messe al posto che una volta spettava alle candele, emanavano una luce giallastra, rendendo tutto ancora più pesante.
Il pavimento era ricoperto di una sottile moquette dello stesso colore scarlatto delle tende.
Fortunatamente il copriletto, una trapunta finemente ricamata,le lenzuola e i muri erano bianchi, altrimenti sarebbe quella camera sarebbe stata un vero delitto verso dei poveri occhi colpevoli solo di aver osato guardarsi intorno.
Shin spense lentamente la sua sigaretta nel posacenere di cristallo, strapieno di mozziconi.
Si alzò giusto per spegnere la luce, azione che si rivelò del tutto inutile visto che la stanza era illuminata a giorno dalla luna. Si sentiva troppo stanco per alzarsi un'altra volta a chiudere le tende, quindi lasciò che i raggi pallidi della luna rendessero ancora più splendenti i suoi capelli argentati.
Si mise sul fianco destro, quello su cui dormiva meglio.
Niente.
Su quello sinistro.
Ancora niente.
Provò a rimanere con lo sguardo fisso sul soffitto.
Inutile.
Dopo interminabili minuti passati a rigirarsi nel letto, dal momento che per quanto si sentisse stanco non riusciva ad addormentarsi decise di fare un bel bagno che lo rilassasse e lo accogliesse in quel torpore in cui anche i pensieri sono ovattati.
Mentre l'acqua riempiva lentamente la vasca s'impose di non lasciare che la depressione prendesse possesso di lui. Doveva reagire, non era da lui arrendersi così.
Poi sì svesti, concedendosi un minuto per osservarsi nello specchio del bagno. Fisicamente non era niente male…Oramai era di almeno una spanna più alto di "lui".
Era sommerso dalla schiuma e stava quasi per schiacciare un pisolino nell'acqua bollente, quando il suo cellulare si mise a squillare.
"Bring me to life". Senz'ombra di dubbio, era quella canzone dolce e malinconica che aveva scaricato dal sito del suo cellulare, un vecchio modello della Nokia.
Dal momento stesso in cui l'aveva messa tra le sue suonerie, si era precipitato quasi freneticamente sulla Rubrica e aveva assegnato il tono a Lui.
Era una melodia passata di moda, che nessuno conosceva più…Lui però non era mai riuscito a sostituirla, era troppo pregna di significati…Dolceamara, angosciante e speranzosa…Proprio come il suo migliore amico.
Imprecò come un turco per la sua sfortuna. Dannatissimo il momento in cui aveva deciso di mettere i toni bassi!
Probabilmente squillava già da un bel po'!
Si precipitò letteralmente fuori della vasca, ma scivolò sul pavimento bagnato e cadde a terra come un sacco di patate.
Senza neanche coprirsi con l'accappatoio o l'asciugamano, corse a prendere il telefonino che vibrava nel silenzio tombale della camera.
Proprio quando schiacciò il tasto per rispondere, sentì che il suo amico metteva giù.
Dalla rabbia tirò il povero cellulare contro il muro. Stava tornando in bagno pieno di stizza per non essere riuscito ad arrivare in tempo, quando sentì il "bip bip" che annunciava l'arrivo di un messaggio.
Toccò velocemente i tasti della tastiera, quasi in fibrillazione…Doveva essere Lui, DOVEVA ESSERLO. PER FORZA.
Quando aprì la cartella dei messaggi in arrivo, trattenne a stento un saltello di gioia.
Non si riconosceva più… Non era mai stato così infantile.

- Vorrei uscire stanotte, dimenticare il tuo nome.
Ma anche volendolo con tutto me stesso, non posso.
Ho bisogno di vederti un'ultima volta.
Sul Karluv most, tra un quarto d'ora. - 

Trattenne a stento la sua delusione. Si sarebbe aspettato un messaggio un po' più allegro, non quella sottospecie di epigramma!
Nonostante questo; quasi meccanicamente si rivestì. Non gli fu facile, visto che più cercava di velocizzare i suoi movimenti più i vestiti rimanevano attaccati alla sua pelle umida.
Ma ci riuscì. Senza nemmeno perdere tempo ad asciugarsi i capelli, sbatté la porta alle sue spalle e corse a perdifiato per le scale.
La sua guardia del corpo personale lo fermò giusto in tempo, prima che facesse il stupidissimo errore di uscire dalla porta principale. Infatti, Shin era talmente ossessionato dall'idea di arrivare in orario sul Karluv most, che si era dimenticato di essere un VIP nel bel mezzo del suo tour mondiale.
A Shin bruciò un po' il non poter girare come gli pareva senza essere seguito dal suo "angelo custode", ma si rese conto che dopotutto stava facendo solo il suo lavoro e gli sembrò giusto confessare dove stava andando e chiedere di non essere seguito. 

"Devo vedere un mio amico. Tra 15 minuti.
È una questione privata molto importante, potresti lasciarmi andare.
Tornerò tra massimo due ore." 

"E se poi Le succede qualcosa, chi lo sente il manager?
Tanto per cominciare, esca dalla porta di servizio! O vuole essere assalito dalle fan?"

Doveva aspettarselo. D'altronde aveva ragione…Era lui che si stava comportando da irresponsabile.
Si fece accompagnare fino al pulmino privato che la band usava per spostarsi all'interno della città.
Cercò ancora una volta di convincere la sua guardia del corpo a lasciarlo andare da solo, ma quest'ultimo ribatté che non poteva certo pensare che l'avrebbe lasciato vagare per una capitale grande come quella, in un paese dove non conosceva nemmeno la lingua. All'una di notte, poi!
Shin si dette per vinto, e sospirando chiese di essere portato sul ponte il più in fretta possibile.
Mentre l'autista e il gorilla parlavano dei fatti loro, che a Shinichi non importavano granché, il giovane bassista si mise a guardare fuori dal finestrino.
Purtroppo non si vedeva granché in quella fittissima nebbia, se non le alte torri della gotica cattedrale di S.Vito che svettavano sulla collina del Hrad, il grandioso complesso del "castello", sintesi monumentale della storia della città, con edifici che andavano dal romanico al rococò.
Si lascio perciò cullare in un dormiveglia, fino a quando non gli venne annunciato che erano arrivati a destinazione.
Dopo essersi stropicciato gli occhi per un po', Shinichi riconobbe le altri torri simbolo del ponte. L'avevano colpito dallo stesso momento in cui l'aveva scorta dai finestrini del pulmino arrivando in città.
Nere come il carbone, non era facile vederle di notte e nella nebbia ma erano talmente monumentale che con un po' di sforzo ci si poteva riuscire. Era massiccia, quasi del tutto priva di decorazione. Una torre gotica, eretta nel dodicesimo secolo e un'altra che richiamava il medesimo duro stile architettonico della prima, ma che era stata eretta più tardi cioè nel quindicesimo secolo e che portavano entrambe un magnifico coronamento di guglie che le faceva assomigliare alle torri di un vecchio castello medioevale.
Riuscì a convincere il suo bodyguard a lasciarlo andare da solo sul ponte, promettendogli scherzosamente che non si sarebbe buttato nel placido fiume che scorreva placido tra i suoi sedici massicci pilastri.
Non appena passò l'ingresso fortificato da una delle due magnifiche torri, fu come se all'improvviso fosse entrato nella magica atmosfera della città che insieme a Torino e Lione costituiva il cosiddetto "Triangolo del Diavolo".(nn sono sicura che si chiami così, ma che fa parte delle città demoniache in cui si dice esista una delle nove porte dell'inferno ne sono sicura! NdA14)
Camminando lentamente lungo la strada lastricata, in quella galleria all'aperto di scultura barocca che mostrava con orgoglio una sontuosa sfilata di trenta statue collocate sui parapetti, vide illuminata dai lampioni (che assomigliavano a quelli che si vedevano nei vecchi film europei) dalla luce arancione la silhouette di una persona a lui ben nota.
Sembrava assorta in chissà quali pensieri, e perciò Shin si avvicinò silenziosamente mettendosi al suo fianco a guardare lo stesso balcone che stava osservando con tanto interesse.
C'era una luce accesa, una lanterna che rimaneva accesa giorno e notte…Apparentemente senza un motivo preciso.

"Si dice che quella lanterna sia accesa in onore di un'anima persa.
L'anima di una ragazza suicida, che si gettò nella Moldava perché innamorata senza speranza.
Una lanterna accesa per un amore infelice…Per un amore impossibile." Disse con un tono malinconico una voce a lui famigliare ma allo stesso tempo talmente persa nei meandri della memoria che gli pareva sconosciuta. 

"Per quanto io sia depresso, non penso che mi getterei dal Ponte Carlo stasera…Non mi tenti…" rispose Shin. Aveva deciso che era meglio restare sul vago, senza dare del tu a quello sconosciuto. Sperava ardentemente che fosse Lui, ma non voleva fare una figuraccia nel caso si fosse rivelato qualcun altro.

Ci fu un attimo di silenzio, completo silenzio…Quasi come se tutta Praga si fosse fermata ad ascoltare la loro conversazione…

"Da quando sei così ossequioso con il sottoscritto?
Sei lo stesso ragazzino che scrisse sul tanzaku che il mio desiderio più recondito era crescere di qualche centimetro, Okazaki Shinichi?"

Era lui.
Sì, ora ne era sicuro.

"Mi fa piacere rivederti, Nobu."

Autrice:Akira14

Parte:2/3 (forse)

Rating: Angst

Pairing: Vi lascio indovinare ;P
Serie: Nana

Disclaimers: I personaggi appartengono alla Sensei Yazawa! Io li uso solo per divertirmi un po’! La canzone invece è di Craig David e Sting.

Dedicato a: Pam perché mi sostiene sempre, Misato e Arashi per i loro splendidi siti e alle cugi Saya e Kima ^****** ^

Note: Se non vi piacciono gli spoiler, non leggete!
Ambientato 7 (chissà xké ;P) anni dopo le vicende di Nana…Siccome non sono una veggente, ho cercato scuse plausibili per le mie esigenze…Quindi se con la fine del manga quello che ho raccontato qui non stesse in piedi, concedetemi una piccola “licenza poetica”, ok?
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C’era qualcosa che non quadrava…Non andava proprio!
Non è così che doveva andare il loro incontro! Certo Shin non si aspettava che Nobu gli si gettasse al collo urlando al mondo il suo amore per lui, ma un minimo di considerazione non gli avrebbe fatto schifo.

Invece il loro scambio di battute sapeva di romanzo rosa, di dialoghi stereotipati tipo quelli che si leggevano negli Harmony o che si vedevano nelle telenovele.

Forse era lui che aveva qualche problema nella comunicazione, visto che non riusciva a fare un discorso degno di questo nome nemmeno con Nana Oosaki, che era pur sempre la vocalist del suo gruppo e che conosceva da sette anni ormai.
Non poteva che sentirsi frustrato per quell’alienazione totale, il sentirsi fuori posto o di troppo ovunque andasse, con chiunque fosse.
Sperava che almeno con Nobu sarebbe riuscito ad aprirsi maggiormente, a mostrarsi per ciò che veramente era e parlare con lui con la stessa naturalezza di sette anni prima.
Invece il biondo ex-chitarrista dei Black Stones aveva eretto un muro insormontabile intorno a lui, e lo trattava con una freddezza di cui Shinichi non riusciva a capacitarsi. Insomma, era stato lui a chiamarlo dopotutto, no?

Sì, ma non gli era passato nemmeno per l’anticamera del cervello che probabilmente aveva voluto vederlo di persona per potergli sputare in faccia tutto il disprezzo che provava per lui!

Nobu, da parte sua, si chiedeva se avrebbe mai avuto il coraggio di parlare con il cuore in mano a Shin.
La sua intenzione non era certo di essere così formale, ma d’altra parte voleva evitare un coinvolgimento troppo profondo per paura di incancrenire le ferite della sua anima.

Se nuovamente si fosse instaurata la profonda amicizia che li aveva legati quando ancora entrambi suonavano nei Blast, Nobuo non era certo di poter sopportare di perderla nuovamente. Per quanto si fosse impegnato a cercare di crescere, non si poteva dire che i suoi tentativi fossero andati a buon fine.
Forse Hachi non era mai stata la donna giusta per lui, eppure rimpiangeva ancora a distanza di quasi duemilaseicento giorni ed un’infinita d’ore e di minuti gli attimi in cui ci aveva creduto con tutto se stesso.
Non poteva durare, probabilmente. Due persone che per andare avanti hanno bisogno di appoggiarsi a qualcun altro, incuranti se il lasciare la loro vita nelle mani del compagno possa rivelarsi una responsabilità troppo grande per quest’ultimo. Alla fine uno dei due avrebbe comunque ceduto, e a pagarne le conseguenze sarebbe stato una creatura innocente che non meritava il dolore di vedere la sua famiglia distruggersi per un errore di valutazione di due eterni bambini.

Dopotutto, forse le cose erano andate davvero per il verso giusto; anche se lui non riusciva a gioirne.

Il suo sguardo era perso nel nulla, a guardare la città che riposava tranquilla e silenziosa nella nebbia. Una città che pareva rispecchiare perfettamente la sua paura più nascosta, quella che non riusciva ad ammettere nemmeno a se stesso di avere: la paura di perdere la sua identità.La Praga che aveva davanti ai suoi occhi, infatti, era molto diversa dai racconti di sua nonna (che in pratica era stata dappertutto tranne che ai Poli). Era come se stesse pian piano perdendo quell’atmosfera magica. Quell’intimo abbraccio che sapeva dare ad ogni viaggiatore che vi arrivava per lenire la sua malinconia in quella capitale così chiusa e riservata, ormai tutto quello che la rendeva unica si stava perdendo nella pretesa di uniformarsi ai gusti dei turisti. Stava votandosi all’occidentalizzazione in tutto e per tutto, a costo di perdere se stessa.

Non era poi molto diversa da lui, allora.

Che non riusciva ad accettarsi per quello che era e tentava continuamente di cambiare, rinnegando ogni giorno il suo passato.
Si sentiva frustrato, amareggiato e deluso. E tutto quanto solo perché non sapeva agire con la dovuta risolutezza, perché si lasciava trascinare dagli eventi.

Il suo sogno di vivere della sua abilità con la chitarra si era dissolto, sfaldato pezzo per pezzo davanti ai suoi occhi. Prima che potesse afferrarlo e ricomporlo, gli era scivolato attraverso le dita come un pugno di sabbia.

Non aveva avuto la stessa risolutezza che era riuscito a tirar fuori quando Nana Oosaki si era trasferita a Tokyo.

 

Il silenzio regnava sovrano tra i due giovani. Shin non sapeva cosa dire, ed era stanco di tirare fuori sempre le solite recriminazioni. Tanto a Nobu entravano da un orecchio ed uscivano dall’altro.

Taceva, anche perché aveva il terrore che le sue parole sarebbero state accolte con scherno e derisione, o peggio ancora con disprezzo. Naturalmente si vergognava che questi pensieri gli fossero anche solo venuti in mente, perché sapeva che nonostante tutto avrebbero dovuto fidarsi l’uno dell’altro.
Dopotutto erano amici.
O no?

 

Il giovane Terashima, invece, non voleva che le sue parole fossero fraintese, e nella mente si ripeteva il piccolo discorsetto che aveva intenzione di fare a Shinichi. Pesava attentamente le sue parole, ma quando queste erano già sulla punta della sua lingua le ricacciava indietro intimorito.
Non c’era espressione dalla quale non trasparisse la profonda invidia che provava nei confronti di quel ragazzino cresciuto troppo in fretta. E non aveva usato invidia a caso, era proprio quel desiderio quasi maniacale di essere come lui; tanto che quando aveva capito che Nobuo era Nobuo e non Shinichi, e che non avrebbe mai potuto essere ciò che non era, aveva cominciato a detestarlo.

Quando era cominciata la sua smodata voglia di emulare quel moccioso?
Probabilmente dentro di lui c’era sempre stata una punta di gelosia, che però era sempre riuscita a contenersi nei limiti tali da permettere la nascita di una sincera amicizia tra i due.

Quando la sua vita aveva cominciato a prendere una piega che non riusciva ad accettare, e che non aveva potuto far altro che subire passivamente; vedeva quella di Shinichi che andava a gonfie vele dato che questi non si era fatto nessuno scrupolo a calpestare i suoi sentimenti. Il dolore dell’abbandono aveva deformato la realtà di fronte agli occhi di Nobu, che non riusciva a più vederla con la giusta obbiettività. Quella piccola scheggia di gelosia che albergava dentro di lui si trasformò ben presto, quindi, in una profonda e violenta invidia verso Shin.

Qualunque cosa facesse, Okazaki era in grado di farla mille volte meglio. Qualsiasi cosa dicesse, sembravano puerili stupidaggini in confronto alle profonde riflessioni di Shinichi.

Nobu era l’ingenuo. Il bambinone che non voleva crescere. Lo era sempre stato per tutti, e poco importava se quella definizione gli stava stretta come una cravatta al suo primo colloquio di lavoro…Se la doveva tenere. La gente era troppo pigra per cambiare opinione su di lui, e in fondo quel personaggio che loro stessi avevano creato si stava sostituendo al vero Nobuo.

A chi interessava, in fondo, conoscere un uomo privo di qualità, disperato della sua mediocrità?
Uno che aveva deciso di deporre le armi ancora prima di cominciare a combattere?
Aveva lasciato che Shin se ne andasse, e che Nana lo seguisse non molto tempo dopo.

D’altronde, Shin non se n’era andato di soppiatto come Ren che non aveva nemmeno avuto la decenza di comunicargli la sua decisione di lasciare i Blast per diventare il chitarrista dei Trapnest.

L’aveva detto chiaro e tondo la ragione per cui li mollava “La mancanza di talento di Nobu non ci permetterà mai di sfondare!”

Mancanza di talento.
Si era rivelato un inetto anche nel campo in cui credeva di essere dotato. La musica era tutta la sua vita. A sette anni, come a venti o a ventisette.

Niente era cambiato da quando aveva preso per la prima volta in mano una chitarra. Se non quel verdetto inappellabile che lo condannava a coltivare una passione per la quale non era portato. Vedere i suoi migliori amici che vivevano dei frutti del loro sogno di una vita, e sapere che lui non avrebbe mai saputo cosa significasse guadagnarsi il pane facendo quello che più ami. (Insomma come il mio sogno di fare la scrittrice -___-…Almeno non sei solo, Nobu! NdA14 Sai che consolazione…NdNobu)

E per quanto si scervellasse, non riusciva a capire per quale motivo fosse caduto così in basso da non riuscire nemmeno più a comporre delle melodie orecchiabili. La verità è che non era mai stato disposto a fermarsi a riflettere su come mai tutti i suoi amici l’avessero lasciato solo…Si era immediatamente chiuso in una visione vittimistica.

Poiché credeva di essere stato abbandonato da tutti, e che magari si stessero tutti facendo una bella risata alle sue spalle, in quegli anni aveva maturato un odio profondo per tutti i suoi vecchi “amici”.
Specialmente contro Nana e Shin. I suoi amici più cari che gli avevano voltato le spalle nel momento del bisogno.
Per sette lunghi anni si era tenuto dentro la rabbia, il risentimento e la profonda delusione dell’abbandono da parte delle due persona che considerava una sorta di famiglia allargata, il fratello minore e la sorella maggiore che non aveva mai avuto.

Lui che aveva rinnegato il suo cognome, che nonostante avesse un futuro sicuro grazie al lavoro di suo padre aveva preferito mettersi in gioco, che aveva tentato di ripartire da zero nonostante tutta la sua famiglia fosse contro di lui.
Finché aveva vicino le persone che per lui VERAMENTE considerava IMPORTANTI, non gliene poteva fottere di meno se quella cazzo di famiglia piena di sé che si ritrovava lo considerava la pecora nera dei Terashima!
Un sorriso amaro si dipinse sulle sue labbra, mentre tirava fuori dalla tasca del suo lungo impermeabile nero un pacchetto di Seven Stars. Prese una sigaretta, e l’accese con un accendino che ricordava molto quello che Shin portava al collo a quei tempi.

Shin lì per lì fu alquanto stupito. Nobu era sempre stato l’unico non solo a non fumare, ma a non interessarsene minimamente quasi il vedere tutti gli altri non gli facesse venire nemmeno un pochettino di voglia.
E ora eccolo che si accendeva una sigaretta, della stessa marca che tanto piaceva a Ren e Nana.

C’era un non so ché di rituale in quel semplice gesto.

Nobu sospirò, perso nei suoi pensieri cominciando a camminare senza meta lungo il ponte mentre Shin lo seguiva a debita distanza, come se avesse paura che standogli troppo vicino potesse contrarre chissà quale virus mortale.

Cosa si era aspettato da questo incontro? Che almeno i suoi migliori amici tornassero sui loro passi, gettandosi ai suoi piedi invocando perdono?
Lo sapevano forse loro, cosa significasse tornarsene all’ovile con la coda fra le gambe?
Il non sentirsi mai all’altezza, la certezza del rifiuto se mai avesse “osato” mendicare un po’ d’amore, l’essere continuamente criticato, disprezzato, svilito e deriso?
Perdere completamente qualsiasi briciola d’amor proprio e credere alle crudeli parole della sua famiglia?
Svegliarsi la mattina nauseati dalla vita, convivere tutto il giorno con quella sensazione che ti schiacciava a terra, e la notte desiderare di non risvegliarsi mai più?
Sentirsi nient’altro che un peso?
Sentirsi in colpa di essere vivo? Di essere nato?

Sentire tutti gli sguardi su di se, tutti in attesa di una sua caduta per additarlo ad esempio vivente di stupidità?
Le loro aspettative, lì apposta per essere deluse. E a forza di sentirsi ricordare che era un perfetto idiota, un buono a nulla, insomma un cretino integrale per di più nullafacente che a ventisette anni rimpiangeva ancora momenti che ormai appartenevano ad un passato remoto, alla fine si convinceva di essere veramente così.

Aveva sopportato, accettato di buon grado le loro critiche per mesi…Sopportava perché aveva ancora Ren e Yasu. Ma quando questi si erano dichiarati stanchi di fargli da balia e l’avevano lasciato a se stesso, la terra era crollata sotto i suoi piedi ed il cielo sopra la sua testa ed era rimasto solo quell’abisso nero. Un abisso senza fine, nel quale lui continuava a precipitare senza sosta. Oramai si era convinto che l’unico modo per frenare quella caduta non fossero gli psicofarmaci che il medico di famiglia (amico fra l’altro di suo padre) gli somministrava.
Non esisteva paracadute. Solo la morte poteva mettere fine a quel supplizio disumano.

Ma non aveva abbastanza coraggio per farla finita.

Beh, c’era anche un altro modo di rendere il tutto perlomeno sopportabile, senza ricorrere a metodi estremi…Almeno temporaneamente. Che nelle condizioni in cui trovava Nobu era già meglio di niente.
L’illusione che qualcuno l’amasse. L’appoggiarsi a qualcuno, finalmente. Dopo tanto tempo, una spalla amica su cui piangere…Il sapere che se cadrai ci sarà qualcuno che ti darà una mano a rialzarti, che se piangerai ci sarà qualcuno che piangerà con te.

E forse era più vicino di quanto non pensasse.

Ora però doveva togliersi un peso dal cuore e parlare a Shin.
Si voltò all’improvviso, tanto che Shinichi non capì le sue intenzioni e gli si cappottò letteralmente addosso e finirono entrambi a terra.

 

“Ma che mi spiegheresti perché diavolo ti sei girato così di scatto?” gridò Shinichi dolorante.

 

“Perché dovevo parlarti.” Rispose Nobu tirando fuori un fazzoletto per pulire la ferita che Shin si era procurato al labbro superiore cadendo.

Shin sentì tutto ad un tratto un fastidioso afflusso di sangue non che un irritante formicolio nel punto in cui le dita di Nobu sfioravano le sue labbra, ma tutto era reso confuso da un improvvisa vampata di caldo.


Si sentiva in soggezione davanti a quei due occhi scuri, che sembravano scavare dentro la sua anima per portare a galla il marcio che c’era in lui. Non sembravano neanche umani. Erano vitrei come quelli di una bambola. Di per se non esprimevano nulla, erano soltanto uno specchio che rifletteva ciò che gli stava davanti. Solo che Shin, sentendosi tremendamente in colpa nei confronti di Nobu, lo viveva come uno sguardo di desolante disapprovazione. Come quelli di un animale chiuso in una gabbia minuscola, dove riesce a malapena a muoversi, che ti osserva sperando in un aiuto che in fondo sa che non arriverà mai; eppure conserva negli occhi quella scintilla di speranza che ti fa sentire in colpa per la tua crudele indifferenza.
Una triste rassegnazione, quasi leggesse nei tuoi pensieri e sapesse che in fondo non sei che un perbenista, che vuole solo salvare la faccia di fronte agli altri fingendosi un benefattore dell’umanità.

Quasi si sentisse in colpa di aver creduto in te.

Guardandolo in faccia, poi, gli si stingeva il cuore. Aveva la stessa vitalità di un cadavere.

Nobu, d’altra parte, stava raccogliendo tutto il suo coraggio per riuscire finalmente a liberarsi di quel peso che aveva sul cuore.
Non ce la faceva più. Quello non era vivere, era sopravvivere. Prima di farla finita, doveva mettersi il cuore in pace con le persone che avevano segnato profondamente la sua esistenza.

Si sentiva in uno stato di confusione mentale che gli faceva quasi paura. L’ultima volta che gli era successo, i suoi l’avevano creduto che se ne andava in giro in pigiama per la città chiedendo soldi per un biglietto per Tokyo. Peccato che lui non ricordasse nulla.

Forse non avrebbe dovuto mischiare i medicinali con la vodka, anche questo era vero…Quando stava particolarmente male cercava sempre rifugio nell’alcool…
Era diventato tutto così dannatamente insostenibile…Proprio quando credeva di essere riuscito a trovare una via d’uscita, una cura al suo malessere ecco che puntualmente ricadeva nell’abisso. La sua malattia era ciclica, infatti, si alternavano momenti di depressione e di euforia, con piccolissimi sprazzi di normalità ogni tanto che si facevano tanto più rari quanto più la malattia si aggravava.
Da quando Hachi lo aveva lasciato per sposarsi con Takumi non era mai stato quel che si suol dire “un fiore”, ma si era affermato che BISOGNAVA superare quel dolore e andare avanti. In fondo aveva davanti a se tutto il tempo del mondo, per dimenticare.
Ciò che non riusciva a perdonarsi, era di non essersi assunto la paternità del bambino che Hachi portava in grembo.
Era così superbamente sicuro di aver preso tutte le precauzioni del caso, che aveva lasciato che Takumi gli portasse via Shizuka.
Man mano che la piccola cresceva, però, la sua somiglianza con Nobu si era fatta sempre più evidente: stesso taglio degli occhi, stesse mani…Perfino lo stesso naso.
Nana Komatsu non aveva mai avuto alcun problema a lasciare che Nobuo vedesse sua figlia, quando Takumi era fuori casa naturalmente. Quando quest’ultimo aveva scoperto cosa accadeva a sua insaputa, però, era riuscito a convincere tutti quanti che lui fosse interessato a Shizuka solo perché non era altro che un perverso pedofilo. C’era riuscito talmente bene che era scattato un ordine di restrizione “morale” nei confronti di Nobu. Nel senso che tutti facevano in modo che Shizuka si vergognasse così tanto a stare con lui, che era stata lei stessa a chiedergli di andarsene e non tornare mai più.
Era come se gli avessero appeso al collo un cartello con su scritto “CRIMINALE”. Così quel malessere che era nato in lui tanto tempo prima apparentemente senza ragione (se avesse saputo perché se ne sarebbe liberato appena possibile), era peggiorato a tal punto da diventare patologico. Da essere dipendente dagli psicofarmaci.
Era stato un peggioramento graduale, al quale però l’abbandono da parte dei suoi migliori amici aveva dato la mazzata finale. Si sentiva così penoso e inutile…Inoltre non gli serviva uno specchio per sapere che il suo volto aveva completamente perso la freschezza della gioventù, tanto che si sarebbe dato quarant’anni.
Guardava Shin e l’invidia si faceva ancora più forte. La grazia dei suoi lineamenti era pressoché immutata, se non che avevano acquistato la bellezza della maturità. Shinichi era sempre stato avvenente, ma era come se dalla gemma che era l’Okazaki quindicenne fosse fiorito un ventiduenne stupendo.
Nobu era così perso nell’invidiosa ammirazione di Shin, che ci mancò poco che si bruciasse il medio e l’indice con la sigaretta che ormai ridotta ad un mozzicone. Si limitò a tirarla distrattamente nella Moldava.
Shinichi si risvegliò improvvisamente dalla trance in cui era caduto grazie al tocco gentile di Nobu. Gli prese il colletto e con voce incrinata dalla rabbia gli urlò “ALLORA? MI DICI CHE C’E?”
Non gli era mai di perdere la pazienza a quel modo, così violentemente, ma l’atteggiamento passivo di Nobuo era veramente esasperante. Dove credeva che l’avrebbe portato quel giustificazionismo? Certo, la colpa non era mai sua…Era sempre una congiura architettata dai suoi innumerevoli nemici!

“Ho bisogno di sapere. Perché sei venuto se per te non sono che un patetico piagnone?” rispose voltandosi verso il fiume, per non dover sostenere lo sguardo severo di Shin.

“Mi sembra che non abbiamo niente da dirci, se dai per partito preso che io non ci tenga a te e ti consideri solo un miserabile piagnucolone!” sibilò rabbiosamente Shin. Come faceva ad essere così ottuso da non comprendere il suo affetto?
Camminando a grandi falcate si allontanò, diretto verso nemmeno lui sapeva dove…Gli bastava solo che fosse lontano da quello stupido.
Fu quasi subito fermato da Nobuo, che gli prese il polso con decisione costringendolo a girarsi.

“Mi hai abbandonato quando più avevo bisogno di te! Che grande dimostrazione d’amicizia! Vuoi anche un applauso?” mentre gridava queste ultime parole strinse il polso di Shinichi tanto forte da ferirlo con le unghie. Il giovane dai capelli argentati trattenne a stento le lacrime. Non c’era niente di più penoso che parlarsi e non capirsi. Di essere l’unico ad impegnarsi per recuperare un rapporto a cui teneva molto più di quanto avesse mai creduto possibile. Questa tristezza, mista a rabbia lo portava ad esprimere i suoi sentimenti con parole poco gentili.
Sembrava essere diventato quasi il contrario del ragazzino che era scappato da casa sette anni prima, molto maturo per la sua età. Ora invece aveva ventidue anni e pensava come un bambino di dieci.

<Non devo dire quello che penso.> si ordinò categoricamente. Non servì. Ad un certo punto sbottò “Tu, invece, che pretendi che tutto ruoti intorno a te puoi permetterti di sputare sentenze, no? Se mi hai chiamato solo per la vittima, e ciò significa che non sei per nulla cambiato rispetto a sei anni fa, sappi che io non ho intenzione di starti a sentire!”

“Bene! Nessuno ti obbliga a restare! Se vuoi andare, vai!!” ringhiò rilasciandogli il polso.
Shin non si mosse di un millimetro. Per quanto fosse irritato dalla sgarbatezza di Nobu, doveva restare, altrimenti non avrebbero mai risolto la spinosa situazione che si era venuta a creare tra loro.
Inspirò lentamente, cercando di calmarsi.

“Perché non cerchi di crescere? Hai ancora tutto il tempo per ricominciare! Smettila di piangerti addosso e vivi!” gli rispose senza nemmeno cercare di trattenere uno schiaffo che colpì Nobu in pieno viso.

Nobu non accennò la benché minima reazione, si limitò a massaggiarsi la guancia.

“Ci ho provato, Shin! Non immagini quanto! Ma sono fatto così, per andare avanti ho bisogno di appoggiarmi agli altri. Ho bisogno di sentirmi accettato, rispettato, amato. Vivo condizionato da quello che gli altri pensano di me. Con voi vicino, però, ero sicuro di poter resistere. Capisci, quindi, che il vostro abbandono è stato per me un vero e proprio tradimento. Se avevo qualcosa, qualcuno, per cui vivere…Quando voi ve ne siete andati non c’era più. Se ti ho chiamato, è per mettere in chiaro che nonostante tutto, nonostante la profonda rabbia e delusione che provo nei vostri confronti…Io non ho mai smesso di considerarvi miei amici. Continuate ad essere il cardine della mia vita, nel bene e nel male.
Siccome verrà il giorno in cui la depressione sarà così insostenibile da spingermi al suicidio ed io non vedo perché dovrei sottrarmi, ho chiamato la persona che per me significa più di qualunque altra. Cioè tu, il mio migliore amico, Shin.
Se devo lasciare questo mondo, preferisco togliermi un peso dal cuore.
Non aver pena di me, non compatirmi.
Sono fatto male, lo so ma non posso farci nulla.
Sono come sono.”
Shin si sentiva diviso tra due fuochi, mentre con gli occhi sbarrati ascoltava quelle parole. Avrebbe voluto prenderlo a schiaffi fino a fargli rimangiare quelle idiozie. Dall’altra avrebbe voluto gettargli le braccia al collo, e baciarlo fino a fargli scordare tutti i suoi problemi.

Nobu lo squadrava con uno sguardo carico di tacite accuse, e Shinichi non poteva che sentirsi in colpa per non aver capito fino a quel momento l’entità del malessere del suo migliore amico.

Il silenzio fu interrotto da un sonoro starnuto del giovanissimo bassista.

“C’è qualcuno che sta parlando di te, Shin ^____^”

“Nel bene o nel male, se dovessi starnutire tutte le volte che parlano male di me non potrei mettere insieme due parole che verrei interrotto da uno starnuto! Sarebbe peggio di un’allergia ^____-”

“Autostima a mille, eh?”

“È la pura e semplice verità…Sono una celebrità!” disse sorridendo. Siccome sembrava che l’atmosfera si fosse fatta più rilassata, Shin s’azzardò a circondare le spalle di Nobu con un braccio e il suo sorriso si allargò a dismisura vedendo che non veniva respinto. “Avresti potuto esserlo anche tu, se non avessi mollato tutto. Dico sul serio.” Aggiunse facendosi serio. Nobu continuò a camminare al suo fianco, verso il pulmino che stava ancora aspettando il giovane Okazaki per riportarlo in albergo.

“Non prenderti gioco di me.” Mormorò Nobuo con voce pregna d’amarezza.

“Non sto scherzando. Ma parliamone in albergo, o domani dovrò restarmene a letto con l’influenza se rimaniamo ancora un po’ qui fermi come due idioti a prendere freddo!” rispose Shin deciso, facendo scendere il braccio dalle spalle fino a prendere la mano di Nobu ed intrecciare le loro dita, trascinandolo quasi di peso con lui.

La mano del biondino (ehilà ^_^! NdNaoki Ma tu cosa c’entri ¬­__¬?? NdA14) era fredda come il ghiaccio, quasi volesse dimostrare quanto a lungo Terashima aveva aspettato l’arrivo dell’amico. In un primo momento questi si ritrasse, intimorito dalla freddezza di quella pallida pelle, ma poi si fece coraggio e strinse quella mano gelida ed ossuta con vigore.
Si presero tutto il tempo necessario per arrivare alla vettura con calma, senza rischiare di schiantarsi in un lampione per la nebbia, e riuscendo perfino a gettare qualche sguardo alle statue del ponte.

Una volta arrivati, il gorilla non risparmiò a Terashima uno sguardo sospettoso ma si astenne da qualunque commento che potesse indispettire il suo protetto. In fondo le star erano così permalose che conveniva sempre tenere a freno la lingua in loro presenza, se non si voleva rischiare di essere licenziati in tronco. Fu invece Shinichi a parlare.
“Andiamo.” Disse lapidario salendo sul piccolo pullman e portandosi dietro un Nobu alquanto reticente a seguirlo.


Per tutta la durata del tragitto non si dissero nulla. Niente di niente. Cadere nella banalità in un momento come quello avrebbe pregiudicato per sempre quel poco che rimaneva della loro amicizia.

Sebbene fosse notte, per non rischiare di finire imbottigliati nel traffico o peggio circondati da un’orda di fan impazzite, dovettero fare un giro lunghissimo prima di entrare nel parcheggio sotterraneo da una viuzza laterale, e questo certo non migliorò l’umore già alle stelle dei due ragazzi.

In quegli interminabili minuti, l’unico rumore che si sentiva era quello dei loro respiri.

Shinichi, snervato da quella situazione, scese così di fretta che rischiò di chiudere la porta con tale forza da rompere il braccio a Nobu che stava scendendo svogliatamente dal veicolo.

Fortunatamente questi ebbe la prontezza di riflessi necessaria per fermare la porta scorrevole con il palmo della mano e scendere indenne; per poi inseguire il suo amico che stava già scomparendo dietro a quelle semichiuse dell’ascensore.

Siccome aveva dovuto praticamente tuffarcisi dentro si schiantò nello specchio slogandosi la clavicola.(era: si spatasciò sullo specchio sgarruppandosi la clavicola.) Stava quasi per rimbalzare all’indietro quando fu fermato prontamente da Shin che lo prese per la vita, e questo gli evitò un’ulteriore caduta sul pavimento di quell’enorme ascensore.

In compenso si ritrovò tutto il dolce peso di Nobuo sul groppone. Non che questo andasse totalmente a suo svantaggio…Nel momento in cui l’aveva “acchiappato”, il cappotto gli era sceso lungo le braccia fino ad arrivare al livello dei gomiti; denudando quindi il collo e quella parte di spalle e di torace che i primi bottoni aperti della camicia lasciavano intravedere. Shin dovette fare ricorso a tutta la sua buona volontà per non saltargli addosso.
Perciò non appena Nobu riacquistò l’equilibrio lo lasciò andare immediatamente, allontanandolo manco fosse stato un lebbroso.

Concentrò il suo sguardo sull’interessantissima pulsantiera lampeggiante, la quale annunciava che ormai stavano per arrivare al settimo piano, dove si trovava la sua camera…La 717.
Nobu non disse nulla, ma si lasciò scappare un sospiro quasi esasperato, dando le spalle a Shinichi fino a che non si aprirono le porte dell’ascensore.

Uscendo gli scompigliò bonariamente i capelli, che ricadevano liberi lungo i suoi splendidi lineamenti, con un sorriso che avrebbe sciolto perfino i ghiacci del Polo, mormorandogli ad un millimetro dall’orecchio: “A quanto pare non sono l’unico a cercare di fuggire, mh?”
Shin avrebbe voluto saltargli al collo e dimenticare ogni pudore per ringraziarlo di quello straordinario sorriso, che dopo tanti anni tornava ad illuminargli il volto; ma la parte razionale ebbe nuovamente il sopravvento su di lui.

Era rimasto paralizzato dalla sua incapacità di agire.
Le sue gambe tremavano, ed il suo cuore batteva come un forsennato contro la gabbia toracica. Peggio di un adolescente alla sua prima cotta. Forse perché quella “stagione” della sua vita l’aveva voluta trasformare immediatamente in qualcosa d’innaturale, una prematura maturità. A quindici anni era già un adulto; ma essersi negato allora la sua gioventù aveva fatto sì che provasse il desiderio di viverla adesso, fuori tempo massimo. Ora che poteva permettersi tutto ciò che voleva, bramava l’irrecuperabile.
Aver fretta di esser grande, e poi voler tornare indietro…Quando non si può. (sì lo so che sono parole del Liga ^_^ NdA14)

Per non rimanere lì impalato come un fesso vicino al suo amico, perdendo per sempre la sua reputazione d’uomo vissuto che ignorava il significato della parola “imbarazzo”; corse verso la porta della camera a perdifiato, con Nobu che lo seguiva poco distante.

Occupato com’era a correre, non si accorse del rumore di tacchi che si sentiva poco distante, e appena girato l’angolo per imboccare il corridoio che l’avrebbe condotto alla sua camera cadde rovinosamente contro un’ignara ragazza che stava tranquillamente camminando.
Subito si rialzò, e facendo ricorso a tutta la galanteria che aveva imparato nel quel periodo in cui era stato uno pseudo-gigolò porse la mano alla giovane con un sorriso scintillante, che tuttavia si spense non appena scorse le iridi violette della ragazza.

Si trattava della nipote di quell’antipatico vecchiaccio che alloggiava nella 718. Era una modella piuttosto famosa, tanto che Shinichi l’aveva incontrata più di una volta, soprattutto in città famose per la moda come Londra, Parigi, New York e Milano.

La sua bellezza andava oltre ogni umana immaginazione, tanto che non sembrava neanche appartenere a questo mondo. Aveva lunghi capelli neri, leggermente ondulati, che le arrivano fino alle spalle. La pelle era chiarissima, quasi come quella di una bambola di porcellana. Aveva le mani affusolate, con dita lunghe ed unghie ben curate e dipinte con una finissima patina di smalto. Non c’era qualcosa in lei che fosse imperfetto, né il naso piccolo e diritto né le labbra sottili… Neanche i piedi, né troppo piccoli né troppo grandi.
Il suo fisico poi, era davvero invidiabile. Alta e slanciata, con delle gambe lunghissime e diritte, il ventre piatto ed il seno formoso ma non eccessivamente prosperoso; stava divinamente con qualsiasi cosa si mettesse addosso.

Ciò che di più straordinario c’era in lei erano quei due occhi color ametista, capaci di stregarti non appena incrociavi il loro sguardo.
Per di più era quella che si definiva una ragazza “dalle buone maniere”, molto elegante e attenta al galateo. Non c’era azione in cui non mostrasse tutta la sua innegabile eleganza.

Inoltre aveva anche una voce dolce e calda, ed una volta ascoltatala difficilmente si poteva fare a meno di restare ipnotizzato dalla sua cadenza ritmica e melodica, che tanto rassomigliava a quella di sua madre quando lo cullava per farlo calmare nelle notti di temporale.

N’era rimasto così affascinato che per svariato tempo si era lasciato usare, correndo da lei come un cagnolino ogni volta che lo chiamava, rischiando svariate volte di rompere con il suo gruppo per farla felice.
Allora non sentiva il retrogusto mellifluo che avevano le sue parole, faceva finta di non vedere le sue espressioni crudelmente derisorie; passivamente chiudeva gli occhi e affidava il suo cuore ad una donna che l’aveva sempre e solo considerato alla stregua di un giocattolo né più né meno.

 

-I always said that I was gonna make it,

Now it's plain for everyone to see,

But this game I'm in don't take no prisoners,

Just casualties,

I know that everything is gonna change,

Even the friends I knew before me go,

But this dream is the life I've been searching for,

Started believing that I was the greatest,

My life was never gonna be the same,

Cause with the money came a different status,

That's when things change,

Now I'm too concerned with all the things I own,

Blinded by all the pretty girls I see,

I'm beginning to lose my integrity- 

 

Il bello era che dopo averlo sfruttato come meglio credeva, ed averlo lasciato al suo destino andava a gridare a quattro venti che Shinichi Okazaki era il più gran bastardo del mondo. Che quando stavano insieme la picchiava (semmai era lei a non perdere occasione per avvilirlo), andava con altre donne (perché lei invece che si portava a letto anche più di un uomo per volta poteva permettersi di criticarlo) e la sputtanava in giro con un ghigno malefico degno del peggior stronzo della terra.(sì perché dopo aver perso tutto quel tempo dietro ad una del genere avrebbe anche dovuto passare le sue giornate a parlare male di lei, no?)

Comprensibile che suo nonno non l’avesse in simpatia. D’altronde quei due si assomigliavano moltissimo nella loro amabile acidità, con quella bella lingua biforcuta…Sempre pronti a sputare sentenze, dall’alto della loro famiglia perfetta che ricordava in maniera impressionante la sua, ma in un certo modo perfino peggiore nella finzione e nella profonda malvagità dei suoi componenti che si nascondevano dietro alla loro fama di persone perbene.

La verità era che lei, Raziel von Luzern, godeva enormemente nel vedere le persone strisciare adoranti ai suoi piedi, e poterli schiacciare sotto i suoi tacchi a spillo. Per lei non c’era niente di più appagante che osservare sadicamente le persone soffrire e compiacersi nel sapere che era lei la causa delle loro pene.
Quello che rendeva quell’incontro insopportabile a Shinichi, era che gli occhi del SUO Nobu sembravano essersi incollati a quelli della “simpaticona”. E lei lo guardava come un serpente guarda un povero e innocente topolino.

“Non mi presenti il tuo amico, Shin-kun?” chiese svenevole, porgendo la mano a Nobuo che ancora era perso nella sua contemplazione.

“Perché dovrei presentargli una vipera come te? E poi penso che siate entrambi maggiorenni e vaccinati e quindi possiate anche fare conoscenza da soli, senza farmi assistere a questo penoso spettacolo.” Rispose Shin schiaffeggiando con violenza la mano di Raziel.

L’ex-chitarrista dei Blast, che più passava il tempo meno capiva cosa stesse succedendo (e questo l’irritava enormemente, quasi più di aver sentito “Shin-kun” uscire dalle labbra di una donna bella come quella che aveva davanti) scansò Shinichi dandogli una gomitata alla spalla, per poi tendere la mano verso quella della donna.

“Piacere, Nobuo Terashima” disse, stringendo quella mano aggraziata e sottile con uno dei suoi sorrisi migliori.

“Piacere mio, Raziel Lilith von Luzern. E’ così tu saresti l’amichetto che Shinichi ha sempre sognato di portarsi a letto, non è così?” replicò lei, stringendo la presa sulla mano tanto da ferirla con le sue lunghe unghie.

Shin avrebbe voluto sotterrarsi dalla vergogna, o che gli fosse caduto un meteorite in testa in quell’esatto istante. Insomma qualcosa che gli evitasse quella situazione insostenibile. Voleva scappare ma le sue gambe non si muovevano…Sentiva solamente le guance imporporarsi, le mani stringersi convulsamente in due pugni, le lacrime che prepotentemente cercavano di scendere dai suoi occhi e un caldo insopportabile. Caldo, sempre più caldo. E difficoltà a respirare tra i singulti.

Nobu d’altra parte era sconvolto dalle parole di quella ragazza. Non aveva mai pensato, né tantomeno osato credere, che il suo amico avesse certe mire su di lui. Allora per lui non era altro che un altro “compagno di letto”? Lui che lo riteneva il suo miglior amico…Lo aveva ingannato fino ad ora.

Shin non aveva altri obiettivi che scoparselo. Era questa la verità?

Se non lo era, allora perché Shinichi non negava? Perché rimaneva lì fermo come se gli fosse piombato addosso il giudizio universale?
La mano di Raziel si slacciò dalla sua, appoggiandosi sulla spalla. “Non trovi affascinante che le persone di cui credevi di poterti fidare, di cui avevi stima, si rivelino essere più vili dei tuoi peggiori nemici?Che quello che ti spacciano per amicizia sia solo una bieca via per ottenere i loro scopi ed approfittare di te?” asserì in tono melodrammatico.
Poi rivolgendosi verso il suo ex-fidanzato “E allora dimmi, Shinichi, in cosa siamo tanto diversi io e te?”

Il giovane si passò le mani nelle ciocche argentate, come a cercare di coprire i suoi occhi dallo sguardo penetrante di Nobu, dal quale traspariva un certo disgusto (o almeno lui lo interpretava come tale).
“Che io sono capace di provare amore e affetto, a differenza di qualcun altro qui presente.” Trovò il coraggio di dire prima di proseguire speditamente oltre Raziel, diretto verso la sua camera. Era così nervoso ed agitato, che la chiave gli tremava tra le mani e non riusciva a farla entrare nella serratura.

“Non si può certo dire che ti manchi il talento retorico, Shinichi.” Disse ancora la giovane, avvicinandosi a lui. “Vorrei proprio vedere come convincerai il tuo amichetto che sei il povero martire dei miei malefici inganni…” sussurrò sfiorandogli la guancia con le sue unghie affilate. “Grande amico che sei se lo credi così ingenuo, non è vero Nobu?” aggiunse infine prima di entrare nella stanza attigua a quella di Shin, e scomparire dietro alla porta chiusa della camera 718.

Con la dipartita di Raziel, c’era una tensione tra i due che si poteva tagliare con il coltello.
Era mai possibile che non potessero avere un attimo di pace? Forse si era illusi di poter ricreare quel rapporto d’amicizia dopo che tutto era cambiato. E questa era la punizione per aver creduto in un sogno.

Riuscì ad aprire la porta della camera, dopo non pochi tentativi ed essersi addirittura graffiato con la chiave.
Entrò e rimase basito.

Si maledisse mentalmente per aver dimenticato la finestra aperta. Una folata di vento aveva sparso per Praga parecchi dei fogli su cui aveva abbozzato le canzoni per il nuovo album. Mesi di lavoro, letteralmente andati a carte quarantotto. E dire che le aveva scritte su carta perché sul pc aveva paura che si potessero danneggiare i file!
Ci rimase talmente male che le gambe non lo ressero, e rischiò di cadere a terra come un sacco di patate se non che venne preso appena in tempo da Nobu.

“Ti dovevo un salvataggio.” Disse Nobu aiutandolo a sedersi sul letto.

“Grazie.” Sussurrò l’altro sdraiandosi e prendendo una sigaretta dal pacchetto sul comodino vicino a lui.

“Che cos’erano quei fogli? Le tue canzoni?” chiese il biondino curioso. Era meglio tenersi su argomenti neutri. Tanto il chiarimento sarebbe arrivato comunque, quindi perché torturarsi pensando a quelle che potevano benissimo essere cattiveria gratuite?
“Già. Davvero niente di che…Sfortunatamente sono l’unico del gruppo che sappia scrivere melodie decenti. Ma niente a che vedere con le canzoni che scrivevate tu e Ren.” Replicò Shinichi con una nota di rammarico nella voce. “Solitamente ce le facciamo scrivere da altri musicisti e ci limitiamo a cantarle e suonarle.”

Nobuo si lasciò cadere su un fianco, sdraiandosi vicino a Shin e puntellandosi su un gomito gli scostò le ciocche di capelli argentati da davanti agli occhi.

“Si sente la mia mancanza, eh?” insinuò con un sorriso malizioso.

“Certo. Tu sì che ne hai di talento, ne hai a palate…” rispose Shin prendendo quelle dita che si attardavano sulla sua fronte e portandosele alla bocca.
Nobu si tirò indietro, cadendo dal letto. “SHINICHI! Che pensi di fare? E pretendi anche che io ti creda? Se ti comporti come un pervertito, dimmi perché non dovrei credere che fai ti stai inventando una serie assurda di complimenti solo per portarmi a letto?”
Shinichi non si scompose minimamente. “Se preferisci credere a lei piuttosto che a me…Penso proprio che ci siamo detti tutto quello che c’era da dire.”
L’altro ragazzo non si rassegnò, e rialzandosi prese Shinichi per il colletto della camicia costringendolo ad alzarsi. In preda ad una rabbia incontrollabile, lo sbatté contro il muro.

“Dillo che mi stai prendendo in giro! Non sei forse stato tu a dire che non volevi più suonare nei Blast perché il sottoscritto non sapeva né suonare la chitarra né tantomeno comporre melodie orecchiabili. Com’è che adesso mi sono trasformato nel nuovo Sid Vicious?”

“Ma allora non hai capito niente di me! NIENTE! Non l’ hai capito che l’ ho fatto per punzecchiarti? Eri pressoché un ameba, ed io ho cercato di stimolare una reazione in te! Scusa tanto se mi sono preoccupato, ed ho cercato di aiutarti a modo mio!” gridò rabbioso Shin, allontanandolo in malo modo.

Nobu si aggrappò disperatamente al suo amico, stringendolo in un abbraccio che sembrava quasi una morsa tanto era soffocante.

“Perché non riesco a crederti? PERCHE’?” urlò con tutto il fiato che aveva in corpo. Una nuova ferita bruciava nel suo cuore.
Perché doveva essere tutto così dannatamente difficile?
Perché?

 

- Sometimes in life you feel the fight is over,

And it seems as though the writings on the wall,

Superstar you finally made it,

But once your picture becomes tainted,

It's what they call,

The rise and fall-

Autrice:Akira14

Parte:3/3(4 includendo l’epilogo…)

Rating: Angst/PSEUDO LEMON!

Pairing: Vi lascio indovinare ;P
Serie: Nana

Disclaimers: I personaggi appartengono alla Sensei Yazawa! Io li uso solo per divertirmi un po’! La canzone invece è di Craig David e Sting.

Dedicato a: Pam perché mi sostiene sempre, Misato e Arashi per i loro splendidi siti e alle cugi Saya e Kima ^****** ^

Note: Se non vi piacciono gli spoiler, non leggete!
Ambientato 7 (chissà xké ;P) anni dopo le vicende di Nana…Siccome non sono una veggente, ho cercato scuse plausibili per le mie esigenze…Quindi se con la fine del manga quello che ho raccontato qui non stesse in piedi, concedetemi una piccola “licenza poetica”, ok?
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Forse doveva ammettere a se stesso che non si era mai pienamente fidato di Shin. Non era una verità facile confessare alla sua parte più fiduciosa.
Certo, l’essere scappato di casa a quindici anni senza nemmeno prendere la licenza media e guadagnandosi il pane quotidiano vedendo il suo corpo al miglior offerente non faceva di Shinichi Okazaki la persona più affidabile del mondo…Per di più, sapendo che aveva certe mire su di lui…Come poteva essere sicuro che non gli stava raccontando un sacco di balle solo per calmarlo?
La certezza al cento per cento non avrebbe mai potuto averla, ma gli bastava anche solo che il cuore e la mente firmassero una tregua temporanea, affinché la smettessero di battere all’impazzata il primo e farsi seghe mentali fino a causargli un tremendo mal di testa la seconda.
E poi gridavano, urlavano senza sosta. Il cuore voleva il calore dell’affetto che a lungo gli era stato negato.
La mente, fredda e calcolatrice, gli ricordava che per quelle poche ore di piacere avrebbe pagato lo scotto d’anni di sofferenza. Già, perché cosa sarebbe successo se Shin si fosse rivelato sul serio un bieco approfittatore?
Semplice, sarebbe stato nuovamente solo.
E lui non n’era in grado. Non era capace di affrontare la vita, se non con il capo chinato, se non aveva vicino a lui qualcuno che gli volesse bene e gli offrisse il suo appoggio.
Aveva bisogno di QUEL qualcuno. Dal carattere forte, che lo spronasse a dare il meglio, che gli desse una mano a risalire dall’abisso. E se si fosse illuso che questi fosse Shin, di fronte all’ennesimo annichilimento delle sue speranze non avrebbe più avuto la forza di continuare a tirare avanti la sua sopravvivenza in quel mondo dove tutto e tutti sembravano coalizzarsi contro di lui.

D’altra parte, non era possibile che Shinichi avesse finto fin dall’inizio. Nobu non poteva negare che, per conoscersi da pochi mesi, il giovane Okazaki gli era stato molto più vicino degli altri che erano suoi amici già da diversi anni.
La loro amicizia era vera. Sicuramente, allora, non c’erano doppi fini da parte di nessuno dei due.

D’altronde quella donna, Raziel, poteva benissimo aver mentito spudoratamente solo per farli litigare. Sembrava il tipo che amava seminare zizzania, dopotutto.

Ed effettivamente era stato lui a vivere, a voler sentire le parole di Shin in un determinato modo. Lui l’aveva detestato per la mancanza di tatto nel dirgli che non aveva talento, ma probabilmente lo Shin quindicenne di allora voleva solo spronarlo a dare il suo meglio. Aveva visto quanto era abbattuto e aveva voluto stimolare in lui della sana competitività.

Appoggiò la testa sulla spalla di Shin, facendo scendere le sue braccia dalla schiena fino ai suoi fianchi stretti.

Questi non accennava risposta al disperato sfogo del suo amico, ma si limitava ad accarezzargli teneramente la nuca aspettando che fosse abbastanza lucido da affrontare finalmente il chiarimento che entrambi esigevano da fin troppo tempo.

Nobu dal canto suo non sapeva cosa scegliere. Restare o andarsene?
Riflettere o agire?
La vita gli aveva mostrato più di una volta che sia l’essere istintivo, sia l’agire dopo interminabili riflessioni potevano rivelarsi alquanto deleteri.

Qualunque scelta avesse preso, ci avrebbe rimesso lo stesso.
Tanto valeva guadagnarci almeno un minimo di piacere, no?

“Ci abbiamo provato, Nobu.” Sussurrò Shin depositandogli un bacio sulla fronte, per poi sciogliersi da quel caldo abbraccio.“Ho apprezzato i tuoi sforzi per recuperare tutto, davvero. Se però credi che io ti stia mentendo, restare qui a parlare è del tutto inutile. Manca il fondamento basilare d’ogni tipo di rapporto. La fiducia reciproca.
Mi rendo conto che in questi anni avrei potuto farmi sentire, e che è stato molto egoistico da parte mia continuare a vivere la mia vita come se tu non fossi mai esistito. Non ho scusanti. Non credo d’avere alcun diritto di venirti a dire che DEVI credere in me, perché non posso certo dire di essermi mai impegnato a cercare di riallacciare i rapporti con te…Insomma…” proseguì torturandosi le mani l’una con l’altra, osservando interessatissimo la punta delle scarpe di Nobu.

“Quanto sei diventato logorroico in questi anni, Shin.” Lo zittì quest’ultimo posandogli l’indice sulle labbra. Quel flusso sconnesso di parole gli stava facendo venire mal di testa. In fondo sapeva dove voleva andare a parare il suo amico.
E non aveva niente in contrario a dargli quello che voleva. Così aveva deciso il suo cuore. Per rifletterci sopra avrebbe avuto tutto il resto della sua vita. Doveva cogliere l’occasione che gli si presentava. Adesso.

Il dito scivolò lungo il mento, per poi scendere ad aiutare le dita dell’altra mano a levare a Shinichi quell’inutile maglia di cotone a maniche lunghe.

Shin, completamente sconvolto dall’improvviso spirito d’iniziativa del timido Terashima si limitò semplicemente ad alzare le braccia per facilitargli le cose.

La maglia fu buttata distrattamente sul pavimento, mentre il palmo di Nobuo si posò sul pallido torace di Shin, spingendolo sul letto ad una piazza e mezza. Il ragazzo dai capelli argentati si lasciò cadere a peso morto sul materasso, mentre il biondo chitarrista lo seguì a ruota posizionandosi a carponi su di lui.

Shin lo prese per il colletto della camicia, tirandolo verso di sé.
Come perdere un’occasione del genere?
Ancora piuttosto timoroso di un possibile rifiuto da parte del biondino, che quella sera si stava dimostrando piuttosto volubile, si limitò a toccargli appena delicatamente le labbra con un casto bacio. Erano morbide e calde, ed anche quel semplice sfioramento riusciva a ritemprarlo come una tazza di cioccolata bollente dopo una giornata stressante al freddo e al gelo passata a viaggiare verso la prossima tappa.(figurarsi se il loro manager gli permetteva di sprecare soldi ad accendere il riscaldamento sul pulmino)
Non c’era niente di paragonabile a quel semplice tocco, sebbene fosse andato a letto con un’innumerevole quantità di donne e i baci avessero ormai perso di valore, diventando una semplice “prestazione” come tutte le altre; sebbene pensasse che essi avessero tutti lo stesso sapore e per questo non si sarebbe mai accontentato di così poco…Con Nobu era diverso.
Gli bastava già quel poco che l’altro gli dava.

Fu nuovamente Nobu a dimostrare la sua audacia, lambendo impazientemente le labbra carnose di Shin con la lingua come a cercare una via d’accesso per quell’antro caldo ed invitante.

Shinichi non se lo fece ripetere due volte, e ricambio il bacio con ugual passione.
Le loro lingue cominciarono a duellare freneticamente, senza che una delle due prevalesse sull’altra. Nobu fino a poche ore prima non avrebbe immaginato nemmeno nelle sue fantasie più audaci di finire a letto con il suo miglior amico, mentre ora gli era chiaro a cosa sarebbero arrivati proseguendo per quella “perversa” strada e malgrado ne fosse consapevole…Non gli dispiaceva affatto.

Shin stava assaporando il gusto di avere finalmente per se la persona a lungo desiderata, quella che si considera pressoché irraggiungibile e che quasi si spera incosciamente di non incontrare mai, per non rovinare l’ideale magnifico dipinto nella propria mente. Nobu però non lo stava affatto deludendo. Certo non era lo stesso di sette anni prima, ma questo non significa che il cambiamento dovesse essere stato per forza in peggio.
Si attardò a mordicchiare il labbro inferiore del biondino, quando questi si sollevò per sedersi comodamente sul suo inguine. Shinichi trovava quella sistemazione un po’ scomoda, e non faceva certo scrupoli a lamentarsi con il suo amico. Solo che fu preceduto dalle parole di Nobu.

“Meglio che vada a farmi una doccia prima di addormentarmi in piedi.” (Nobuuuuuuuu -_________-! NdA14)

Detto questo, lasciando completamente senza parole il povero Shinichi. Al giovane bassista ci vollero cinque minuti buoni per riprendersi dallo shock dell’improvvisa dipartita di Nobu. Pensava che il suo amico fosse preso tanto quanto lui da quel bacio mozzafiato e invece il biondino pensava tranquillamente ai fatti suoi!
Quell’uscita avrebbe anche potuto evitarla! Maledizione. Se n’era andato in bagno così, senza alcun preavviso…Avrebbe dovuto aspettarselo, però. Sapeva che Nobu preferiva fuggire di fronte alle emozioni forti, poiché lo confondevano.
Questo era chiaro soprattutto nel caso della rabbia. Lui non gridava mai contro gli altri, non inveiva se non in qualche rarissima occasione con Nana Oosaki, salvo poi pentirsi della sua sfuriata. Lo spaventava arrabbiarsi, perdere il controllo di se stesso era ciò che temeva di più.  Qualcuno poteva dire che non aveva carattere, ma non era certo facile scaldarsi e poi pentirsi poco dopo di averlo fatto dicendosi “Come ho fatto ad arrabbiarmi per una cosa del genere?” oppure “Ho avuto una reazione spropositata, dovrei vergognarmi di me stesso.”
Tanto valeva far finta di lasciar passare tutto e poi covare mille rancori dentro.

Forse perfino il desiderio sessuale cominciava ad intimorirlo…
Forse…Magari…Chissà? Solo parlandone con lui avrebbe potuto capire esattamente cosa passasse per la sua testa.

Perciò si alzò, e senza neanche bussare aprì la porta che fortuitamente non era stata chiusa a chiave.

Nobuo si stava tranquillamente facendo la doccia, come se niente fosse. Come se non fosse in compagnia di un ventiduenne con tutti gli ormoni in visibilio per quello che era accaduto poco prima.

Shin spalancò le porte scorrevoli della doccia senza fare tanti complimenti. Nobu non ebbe nemmeno il tempo di accorgersi di cosa stesse accadendo, che si ritrovò bloccato contro il muro. Le mani di Shin, infatti, gli tenevano saldamente le spalle impedendogli qualsiasi movimento. Voleva protestare per la mancanza di tatto del suo amico, che non solo dimostrava di avere il benché minimo rispetto del pudore altrui ma addirittura mostrava una certa predisposizione a voler imporre il suo punto di vista con la violenza… Quando le labbra di Shin zittirono violentemente le sue, succhiando prima e mordendo poi mentre la lingua s’impegnava alacremente a sedare qualsiasi accenno di discorso da parte di quel chiacchierone.

Dapprima Nobuo cerco di liberarsi di Shinichi, ma poi le mani che cercavano di allontanarlo scesero a stingere in un morsa gli abiti ormai fradici del suo amante.

Shinichi non voleva sembrare troppo avventato, per non spaventare ulteriormente Nobu. Ma era difficile mantenere il controllo quando tutto il suo corpo gli ordinava quasi incessantemente di agire incurante della volontà del giovane Terashima.

Possibile che tra loro non potesse essere tutto facile come lo era sette anni prima? Quando l’unico rapporto che c’era tra loro due era una profondissima amicizia. Invece tutto si era dovuto complicare, ed ora stava perdendo ogni freno. Era pronto perfino a violentarlo!

Sentendo che Nobu si era effettivamente rilassato un pochino, e confidando nel fatto che non avrebbe più fiatato scese a mordicchiargli il collo.

Speranza vana. Non appena lasciò libere le labbra di Nobu, per far scorrere le sue lungo la linea dello sternocleidomastoideo, sentì che il biondino aveva qualcosa da dire.

“Shinichi, mi dispiace.” Mormorò Nobu con voce fioca, quasi spezzata dal dolore.

Shin non poteva crederci. Era sicuramente uno scherzo. Adesso si dispiaceva! Dopo essere stato lui a cominciare “tutto”!

Si sentiva un codardo, ma non aveva il coraggio di alzare gli occhi e guardarlo. Ma non fu necessario. Ad un tratto sentì il corpo di Nobu tremare tra le sue braccia. Cercando di scacciare dalla sua mente tutti i cattivi pensieri, alzò nuovamente la testa per guardare il suo amico negli occhi.
E avrebbe voluto non farlo affatto.
Nobu piangeva.
Piangeva come solo una persona disperata, senza più alcun barlume di speranza può fare.
Piangeva senza freno, con violenza, strozzato dai suoi stessi singhiozzi.
Piangeva proprio quando credeva che i suoi occhi avessero dimenticato come si facesse.
Piangeva perché non era più in grado di amare.
Piangeva perché aveva allontanato lui stesso le persone che gli volevano bene.
Piangeva perché aveva distrutto con le sue mani il sogno di una vita.
Piangeva perché aveva perso un’amicizia.
Piangeva perché nonostante tutto, nonostante il mondo gli fosse crollato addosso, Shin era di nuovo con lui.
Piangeva.


Shinichi si staccò leggermente da lui, il necessario per asciugargli dolcemente le lacrime.
Gli tornò alla mente che aveva pensato di aggredire quel piccolo uomo, fragile ed insicuro…Si vergognò di se stesso.

Nobu era quanto di più prezioso ci fosse nella sua mesta esistenza, e non aveva intenzione di rovinare tutto comportandosi in maniera avventata.
Uscì dalla doccia, sgocciolando su tutto il pavimento, ed invitò l’amico a fare altrettanto. Nobu si era accovacciato sul pavimento della doccia e rivolse a Shin un sorriso appena appena accennato.
“Se tieni quegli abiti bagnati finirai per prenderti un accidente!” disse Nobu asciugandosi le lacrime con le nocche della mano destra.
“Mi fa piacere sapere che ti preoccupi della mia salute…Mamma.” Sorrise di rimando Shin porgendogli un accappatoio “Allora, esci o no da questa doccia?Oppure vuoi che resti qui a fare l’appendiabiti umano?” 
“Sai com’è, arredi perfettamente questo bagno…” ribatté Nobu ironico.

“Grazie del complimento, ma sono molto richiesto…Quindi se potessi darti una mossa…” rispose Shin.

Nobu si zittì, e per un attimo si guardarono solamente negli occhi.
Gli occhi rossi e gonfi di Nobu che si riflettevano in quelli color verde-acqua di Shin.

“Tu comincia ad andare, tra poco ti raggiungo.” Disse Nobu.
Shinichi non aveva voglia di discutere ancora, e perciò dopo essersi liberato degli abiti bagnati ed essersi messo l’accappatoio che aveva in mano uscì dal bagno.

Si accese una sigaretta, sedendosi alla piccola scrivania che c’era nell’angolo, vicino alla finestra. Si scosto un ciuffo argentato dalla fronte e si posizionò il posacenere in modo che non desse fastidio ed allo stesso tempo non fosse costretto a voltarsi ogni volta per vedere dov’era.
Cercò di ricordare vagamente qualcuna delle melodie che aveva composto, e siccome non gliene veniva una cominciò a mettere giù qualche testo alla rinfusa…Erano piuttosto penosi, ma qualche paroliere che sapeva il fatto suo gliele avrebbe messe a posto.

Certo, con Nobu al loro fianco sarebbe stata tutta un’altra musica, era proprio il caso di dirlo!

Siccome sembrava proprio che la sua vena artistica fosse andata ormai a dormire (come la mia che non so dove sia finita -__- NdA14), si alzò per prendere il basso. Forse qualche nuova melodia gli sarebbe venuta in mente, o perlomeno poteva scrivere la partitura per il basso e la chitarra.
Niente di niente. Tra l’altro quel silenzio era insostenibile…Si sentiva solo il rumore delle lancette della vecchia sveglia d’ottone sul suo comodino, e Nobu sembrava essersi impiccato in bagno. Però non sarebbe certo morto in un modo così anonimo…Nobu era il tipo da buttarsi giù da una finestra, e in bagno non ce n’erano…
Shinichi scosse la testa. Già, non c’era di che preoccuparsi.

Ma nemmeno con il basso l’ispirazione sembrava voler arrivare, perciò Shin si alzo per posarlo sul letto. Si sedette nuovamente alla scrivania, accendendosi un’altra sigaretta e mettendosi comodo con le gambe sul tavolo e le braccia piegate dietro la nuca.
La sigaretta che aveva in mano, però, ad un tratto scomparve. Se ne accorse quando portandola alla bocca, notò di non avere niente fra le dita. Guardò se per caso fosse nel posacenere, e fu allora che vide Nobu appoggiato al muro, con la SUA sigaretta in mano che lo guardava divertito.

“Fumare troppo fa male ai tuoi pooooooveri polmoni. Che ho fatto di male, per meritarmi una testa calda come te?Almeno mi dessi qualche soddisfazione…” scherzò Nobu scompigliando i capelli di Shin.

“Voi madri siete tutte uguali, sempre pronte a ficcanasare quando vi si presenta l’occasione!” ribatté Shin riprendendosi la sua sigaretta, mentre un sorriso si dipingeva sulle sue labbra.
“Ma come? Dopo tutti gli sforzi che ho fatto per crescerti come si deve, tu mi denigri così?” rispose Nobu, portandosi una mano alla fronte fingendosi affranto.

“Ah, se questo è crescermi come si deve…Non oso immaginare come sarei diventato senza di te.” Affermò Shin sarcastico.

“Vedi. Proprio nessuna soddisfazione mi dai…Che cosa ci devo fare io, con uno come te? Me lo spieghi che ci devo fare?” disse Nobu con uno sguardo sconsolato, mentre le sue braccia si allacciavano alla vita di Shin.
“Spero di non dovertelo spiegare io, Nobu. Altrimenti sei più stupido di quanto credessi.” Concluse malizioso Shin, rubandogli un bacio a fior di labbra.
“Sempre il solito ninfomane. Possibile che tu non abbia altri pensieri per la testa?” rispose Nobu mordicchiandogli il piercing.

“Possibilissimo, quando sono con te.” Disse Shin, ansimando leggermente. “E poi parli proprio tu, che mi provochi così!” aggiunse indispettito.
“Sono un po’ lunatico in questo periodo.” Disse Nobu, staccandosi da Shin e buttandosi sul letto.
“Non l’avevo notato, guarda…” constatò sarcasticamente Shinichi, spegnendo la sigaretta e appoggiandosi al muro, nel medesimo punto dove prima stava Nobu. Da lì lo poteva ammirare senza mettergli alcuna fretta.
Ed era veramente bello.
Non di quella bellezza sfolgorante o inusuale, così straordinaria da non riuscire più a staccargli gli occhi di dosso.
Era una bellezza che attirava l’attenzione soltanto di coloro che erano abbastanza accorti da coglierla, e sufficientemente pazienti da attendere che si esprimesse in tutto il suo splendore.

Non ti innamoravi di lui al primo sguardo, ma man mano che lo conoscevi avevi modo di apprezzare le sue innumerevoli qualità, e questo lo rendeva più affascinante di tanti bei visini da copertina.


La forza dell’abitudine aveva portato Nobu a mantenere la sua solita pettinatura “spinosa”, ma Shin doveva ammettere che lo trovava molto più carino con i capelli tutti in disordine, con quell’aria così…Così tenera!

Infatti, seppur fossero passati sette anni il suo volto non aveva perso quei lineamenti fanciulleschi che avevano stregato Shin.

Mentre lui cresceva troppo in fretta, sembrando già un adulto alla tenera età di quindici anni, Nobu era rimasto un bambinone sia fisicamente che caratterialmente.
Certo, dopo la delusione datagli da Hachi aveva perso molto del suo innato ottimismo e della sua vitalità ma se non altro il suo viso non riportava dettagliatamente la corruzione di una vita dissoluta, come invece era chiaro anche solo guardando lo scapestrato Okazaki negli occhi.

In qualche modo il suo animo, che aveva eretto una barriera invalicabile per non essere più ferito, era rimasto puro come allora.
E tutto questo si poteva vedere dai suoi occhi trasparenti, da quel suo modo imbarazzato di grattarsi la nuca, da quel sorriso che illuminava da solo tutta la stanza.

Se ne stava tranquillo, schivando abilmente lo sguardo inquisitore di Shin.

Al contrario di pochi attimi prima, quando sembrava essere sul punto di avere una crisi isterica, era talmente rilassato che si stava addirittura addormentando!

Shinichi si avvicinò di soppiatto, approfittando del fatto che Nobu avesse gli occhi chiusi. Quest’ultimo si accorse di lui solo quando sentì le sue labbra fresche posarsi sulla fronte.

 

“Ti amo, baka.” Affermò Shinichi, come se stesse dicendo la cosa più ovvia del mondo. Una frase tipo “l’acqua è bagnata”, tanto per intenderci.

Nobu non sapeva come rispondergli. Era certo che Shinichi gli stesse dicendo la verità, ma non era questo il punto.
Il problema era che non era sicuro che gli facesse piacere il fatto che lui l’amasse.
Certo non gli dispiaceva. Ed anche se avesse scoperto che per Shin non provava che della mera attrazione fisica; dopo essere stato tradito da lui a quella maniera, alla fine Shinichi non avrebbe fatto altro che raccogliere quello che aveva seminato. No?
E allora perché doveva sentirsi così in colpa?

S’impose di non pensarci più. Avrebbe sezionato la sua mente contorta la mattina seguente. Non c’era ragione di rovinare quella che si prospettava una bella serata, se solo avesse messo a tacere quelle vocine che, malefiche gli sussurravano “Il fatto che ti ami non significa nulla. Quante persone, che dicevano di amarti ed erano sincere ti hanno lasciato? Prima o poi il distacco avviene, e tu lo sai. E i ricordi felici non sono mai abbastanza numerosi e vividi nella tua mente per riuscire a contrastare il dolore della perdita.
Allora tanto vale non affezionarsi a nessuno, imparare a vivere come singolo.
E se chi ben comincia è già a metà dell’opera, allora alzati e vattene. Dì addio per sempre a questo ragazzo.”
Nobu cercava di non prestarci attenzione, ma era come se questi pensieri s’impossessassero di lui contro il suo volere, portandolo a compiere azioni che sembravano rispecchiare l’esatto contrario dei suoi desideri.
Doveva affrontare i problemi. Farlo quella sera o la mattina seguente, però, non faceva alcuna differenza. No?
Nonostante non fosse ancora molto convinto, accarezzò la nuca di Shin invitandolo ad avvicinarsi maggiormente a lui.
Dopo un paio di semplici tocchi fugaci, dischiuse le sue labbra lasciando che la sua lingua andasse all’avanscoperta di quella bocca decisamente indignata dal suo rinnovato spirito d’iniziativa. Infatti, Shin sembrava molto incerto sul da farsi: lasciarsi andare o procedere con i piedi di piombo?
Siccome gli era stato ampiamente dimostrato che seguire il suo istinto non sarebbe servito a niente, se non a farsi odiare definitivamente da Nobuo, Shinichi fece ricorso a tutta la sua forza di volontà per staccarsi dalle labbra del biondino, per poi indirizzargli uno sguardo che non prometteva niente di buono.

“Allora, la vogliamo fare finita?” sibilò Shin gelido, piazzandosi letteralmente sopra di lui. Questa volta, invece delle spalle, aveva pensato bene di tenergli fermi i polsi, casomai Nobu avesse voluto di nuovo scappare. Non gliel’avrebbe permesso. Era ora di smetterla di giocare a nascondino.
“Non so di cosa tu stia parlando, Shin.” Mugugnò Nobu infastidito. “E lasciami andare che mi stai facendo male.”
“No.” Rispose Shin deciso.

“Potresti dirmi che c’è? Sto cominciando ad arrabbiarmi…” disse Nobu cominciando ad accennare un minimo di reazione nei confronti dell’immobilità cui lo costringeva il ragazzo dai capelli argentati.

“C’è che tu non ti fidi di me, Nobu. Non so se tu abbia creduto alle mie parole, oppure no.
Non è questo il punto.
Tu preferisci credere a Raziel, alle tue stupide fisime…PIUTTOSTO CHE A ME.
La vedi quella porta?
Bene, se non sei disposto a dirmi che c’è che non va puoi sempre andartene.” Gridò stringendo dolorosamente la stretta sui suo polsi. “E sappi che ormai ti sei bruciato l’omofobia, come scusa.” Aggiunse acido.

“LO VUOI SAPERE CHE C’E’SHINICHI?” urlò altrettanto forte Nobu, girandosi verso la finestra per non essere obbligato a vedere il volto del suo migliore amico sfigurato dalla rabbia. “C’E’ CHE HO PAURA!
Paura che tu mi lasci di nuovo solo!
Perché prima o poi verrà il momento in cui te ne andrai, ed io non sono sicuro di riuscire a sopportare nuovamente il dolore del distacco.

C’è che ti odio.
C’è che ti amo.
C’è che non sono NULLA in confronto a TE.

Tu sei più talentuoso, più affascinante, affabile e simpatico di me. Non c’è da sorprendersi che tu abbia avuto successo.
ECCO CHE C’E’!”

 

Shinichi lasciò andare i polsi di Nobu, ma non fece neanche finta di liberare il ragazzo dal suo dolce peso.
La sfuriata di Nobu l’aveva sorpreso, ma gli faceva piacere che per una volta gli avesse gridato contro invece di mordersi le labbra in un angolo.
Pian piano, le cose tra loro stavano progredendo.
Se si fosse alzato, probabilmente Nobu si sarebbe alzato per andare nuovamente in bagno.
E ora DOVEVA restare lì dov’era.

 

“Liberissimo di pensare di non avere talento. Siamo in un paese democratico.
Lascia però che ti dica che raramente mi è capitato di sentire tante stronzate raccolte in una sola frase.

Non sei al mondo per metterti costantemente a confronto con me. Io sono io, e tu sei tu.
Secondo la mia modesta opinione, sei tu ad essere migliore di me.
Io farei qualsiasi cosa per i soldi. QUALSIASI.
Venderei l’anima al diavolo, se solo immaginassi di averne qualche guadagno.
Non mi faccio scrupoli a sfruttare le persone che mostrano in un minimo di fiducia in me. Ho affinato il mio charme per meglio attirarle nella mia trappola e raggirarle, derubarle o usarle come mie marionette.
Raziel aveva ragione. In fondo non sono poi molto diverso da lei.
Tu invece ami il prossimo in modo disinteressato, ed anche se questo ti ha portato ad avere una ferita insanabile nel cuore; sicuramente tu hai vissuto quei momenti in modo molto più VERO di me.

Io non voglio essere un rimpiazzo, vorrei essere la Cura a quella ferita.
So che tu pensi che finirò per essere solo un placebo, e sinceramente non so come farti cambiare idea.
Posso solo dirti che ti amo.
Che sono pentito di non aver capito che avevi bisogno di me, che mi dispiace di essere scomparso dalla tua vita per sette lunghi anni.
Potessi tornare indietro, mi comporterei in modo diverso, e tu lo sai. Ma non si può, ed io dovrò convivere per sempre con il rimorso di essere stato un pessimo amico.

Smettila di punirti per qualcosa che IO ho fatto. Se vuoi vendicarti di me non sentirti in colpa, ne hai tutte le ragioni.
Se solo potessi riparare a qualche modo gli errori che ho commesso…Se solo potessi esserti vicino ed aiutarti a non avere più paura di amare…Aiutarti a vivere.

Ho solo una richiesta, che ti potrà suonare illegittima: FIDATI DI ME.

Non ti lascerò mai più, perché per me non esiste un futuro in cui tu non sia accanto a me.
Io ti AMO.” Concluse Shin rompendo ogni contatto fisico con il corpo del suo “amico”, e sdraiandosi per l’ennesima volta al suo fianco, dandogli la schiena.

 

Solo disconnerti un istante
Quasi fosse tregua

Come fosse prima

                           
Come si aspettava, non appena lasciò libero Nobu di muoversi, questi si alzò dal letto.

“Scappi di nuovo, Nobu?” chiese con tono neutro.

Non ebbe nessuna risposta. Ma sorprendentemente il giovane Terashima non lasciò la stanza, ma prese solamente i fogli scarabocchiati da Shin non molto tempo prima, e si lasciò ricadere sul materasso a peso morto.

Shinichi non resistette alla tentazione di sapere cosa ne pensasse il suo compagno di stanza dei suoi brani.

Anche se non avesse avuto il coraggio di dirgli che gli facevano pena, l’avrebbe letto dalla sua espressione.

Perciò si rigirò nel letto per incontrare lo sguardo assorto di Nobu.

Il giovane era appoggiato alla testiera del letto con la schiena, ed aveva una penna sull’orecchio sinistro che ogni tanto toglieva per correggere gli spartiti o i testi delle sue canzoni.

Si appoggiò alla spalla di Nobu, ma il biondo chitarrista dissentì con un gesto del capo allontanandolo da lui.
Shinichi stava per protestare, quando Nobu aprì le gambe abbastanza da dare quell’effetto vedo-non vedo (non dimentichiamo che entrambi avevano ancora l’accappatoio) che mandò Shin in estasi. Approfittando che Okazaki era troppo perso nei suoi sogni ad occhi aperti per accorgersi di quello che Nobu stava facendo, quest’ultimo lo fece sedere tra le sue gambe facendogli appoggiare la schiena contro il torace e la testa sulla sua spalla.

Una volta risvegliatosi Shin si accorse che Nobu stava letteralmente riscrivendo le sue canzoni, perso in una trance quasi mistica che era da associarsi al ritorno in lui dell’ispirazione.

Senza bisogno di ascoltare la band suonare quelle note, Shinichi riusciva già a sentire la melodia che Nobu stava componendo, e come previsto gli piaceva da morire.
Era diventato un bassista per seguire le orme di Ren Honjo, e gli piacevano molto i brani da lui composti.
Ma la musica di Nobu…Gli faceva venire la pelle d’oca talmente era toccante. Le sue canzoni erano di quelle che si ricordano anche dopo anni di distanza, e che riescono a suscitare in te sensazioni diverse ogni volta.

Vedere che stava tornando al lavoro gli riempiva il cuore di gioia.

 

“Sto seriamente considerando di riprendere in mano la chitarra. A livello professionistico intendo.
Magari con te e Nana…” asserì distrattamente Nobu.
“Abbiamo problemi con il nostro chitarrista attuale. A parte che è un vero buono a nulla e che perfino Hachi saprebbe suonare la chitarra meglio di lui e che è arrogante e sicuro di se come Takumi, è più scapestrato di me!
L’ hanno arrestato varie volte per atti osceni in luogo pubblico e guida in stato d’ebbrezza.

Fossi Marylin Manson probabilmente sarei soddisfatto del suo comportamento, ma siccome la dissolutezza e la volgarità non sono l’immagine che voglio che i fan abbiano del gruppo…Insomma, sto cercando il modo di buttarlo fuori. Se lo mettessi di fronte all’evidenza che posso avere un chitarrista milioni di volte migliore di lui, si leverebbe dalle scatole.
Basta chiedere Nobu. Se vuoi domani possiamo parlarne con Nana. Sarà felice di riabbracciarti dopo tanto tempo.”
“Immagino. Come sta la nostra regina di cuori?” rispose inaspettatamente Nobu. Shin pensava che si sarebbe affrettato a rifiutare la proposta, mentre la sua domanda rimaneva comunque in tema con il gruppo. Era un buon segno. 
“Bene, anche se non mi sembra completamente felice del nostro successo. Stessa sensazione che condivido anch’io…E come se mancasse qualcosa. Non è che potresti fare qualcosa per noi, i tuoi carissimi amici?” chiese con una nota d’ironia nella sua voce.
“Ok. Domani chiederò a Nana se le serve un nuovo chitarrista, sei contento?” domandò Nobu esasperato.
“Euforico.” Rispose Shinichi alzando la testa per baciare ancora una volta le morbide labbra di Nobu.

Questa volta, a differenza delle altre, nessuno dei due cercò di forzare gli eventi. Tutti e due gustarono quell’attimo come meritava di essere vissuto. Lentamente, intensamente. Pienamente.

Si staccarono sorridendosi vicendevolmente. Finalmente sembrava che le divergenze tra loro stessero finalmente appianandosi, o almeno stavano assumendo una posizione di secondo piano rispetto al loro intento di salvare un’amicizia che per entrambi significava moltissimo.

Shinichi fece un rapido cambio di posizione, per parlare con il suo amico guardandolo negli occhi.
Si sedette comodamente sui fianchi del biondo, senza proferir verbo ma con un sorrisino divertito dipinto sulle labbra.

Si strinse con forza contro il corpo del compagno, come un koala ad un eucalipto (Pam…Nn ti ricorda niente questa scena XDDDD?), semplicemente compiacendosi del calore emanato dal corpo di Nobu. Del suo odore che sapeva di fresco e di buono.

“Sei pesante, Shin.”  Brontolò Nobu fingendo di volerselo levare di dosso.

“Sempre a lamentarsi questa boccaccia, eh? Che ne dici se le trovassimo un occupazione più proficua?” disse Shin malizioso per poi avventarsi sulle labbra dolci e fresche di Nobu.
La sua lingua non ci mise troppo a pretendere un bacio più profondo, premendo con insistenza sulle labbra del biondino che assecondò le prepotenti mosse del suo amante assecondando immediatamente le sue mosse.
Non era un duello, questa volta. Era una danza lenta e sensuale, uno strusciarsi rapido per poi allontanarsi senza fretta e ritornare ancora più adagio.
Nobu prese tra le sue mani il volto di Shin, facendo scorrere la punta delle sue dita lungo gli zigomi appena pronunciati del volto del suo bassista preferito. Le sue mani scesero lungo il collo, solleticandolo leggermente dietro alle orecchie che ricordava essere un punto debole, per poi aprire senza alcuna remora l’accappatoio di Shin; tirando via quell’inutile fibbia che lo teneva chiuso e buttandola con forza alle sue spalle.
Fece scorrere i suoi ruvidi polpastrelli sui capezzoli già turgidi di Shin, provocando nel giovane un intenso brivido di piacere che lo fece gemere tra le sue labbra.
Scese ulteriormente, indugiando sulla linea fra torace ed ombelico…Tracciando sadicamente tortuosi cammini che lo conducessero alla sua meta.

Quando finalmente la raggiunse, Shinichi non poté fare a meno di contorcersi cercando maggior contatto con la mano di Nobu. Il chitarrista non si tirò indietro, accarezzando con la maestria che aveva acquisito in anni di esperienza (non specifichiamo di che tipo, eh Nobu? NdA14) il membro fremente del suo amante.
La mano di Shin scese ad intrecciarsi con quella di Nobu, per dargli il ritmo.
Le labbra del ventiduenne scesero a succhiare la pelle tesa e umida di Nobu. Mordicchiandola e leccandola avidamente, fece sì che il biondo reclinasse il capo come a lasciargli carta bianca su di lui.

Un tocco più audace delle altre, nonché una sapiente carezza ai suoi testicoli bisognosi d’attenzione, lo fece venire nella mano di Nobu.
Si vergognava un po’ di aver “resistito” così poco, ed abbasso gli occhi evitando d’incontrare quelli del suo amico.
Era sicuro che ora l’avrebbe deriso. Proprio lui! Il dongiovanni che aveva problemi a trattenere i suoi bassi istinti e raggiungeva l’orgasmo in meno di due minuti.
Le dita affusolate della mano libera Nobu presero il suo mento, costringendolo a guardarlo negli occhi. Poi lo spinse dolcemente indietro, mentre lui si riappoggiava lascivamente alla testiera del letto.

Sensualmente, la sua lingua si occupò di ripulire ogni dito per bene leccando via ogni traccia del seme di Shin, mentre l’altro lo guardava come se avesse di fronte il dio del sesso in persona.
Avrebbero dovuto vietare che una persona potesse sembrare così innocente e poi nascondesse dentro di se un animo tanto focoso.

“Mi piace questa nuova occupazione, sai?” sussurrò con voce roca, mordicchiando il lobo dell’orecchio di Shin.
Shin gli sorrise, leggermente ansante.
L’accappatoio gli era sceso fino ai fianchi.

Nobu non resistette…Era più forte di lui. Più forte di qualsiasi altro desiderio.
Vedere quella pelle nuda…Indifesa.
Le mani si mossero senza che lui potesse controllarle.
Shin si rovesciò in preda a convulse risate sul materasso, con le lacrime agli occhi.
Nel giro di pochi secondi era paonazzo, mentre Nobu non accennava a smettere di fargli il solletico.
Sapeva bene che i fianchi erano il punto dove Shin lo soffriva di più. Per questo non si era saputo trattenere.
Shin si rotolò tanto da cadere giù dal materasso. Solo allora Nobu decise di fermare il suo attacco.

“Shin? Ancora vivo?” chiese Nobu ansante.
Shinichi non rispondeva.

“Shin, ti sei fatto male?” domandò ancora Nobu si dirigendosi verso il bagno per prendere del disinfettante.

Prima che potesse raggiungere la porta due mani forti lo buttarono letteralmente a terra, e non capì che fosse successo fino a quando non sentì un fastidioso prurito sulla pianta del piede.
Si girò per vedere cosa avesse in mente Shinichi, e si accorse che mentre gli teneva saldamente un piede impedendogli di alzarsi, con l’altra mano si stava vendicando dell’attacco subito.

“Non pensare che ti lascerò andare tanto facilmente, caro mio!” disse Shinichi con una voce velatamente crudele che lasciava presagire una tortura lenta e dolorosa.
“Non mi avrai mai! Venderò cara la pelle!” ribatté Nobu, liberandosi con un forte strattone della presa di Shin e rintanandosi sul letto.
Shinichi si alzò, liberandosi del tutto dell’accappatoio. Camminò a carponi verso Nobu che ora era più rosso di un semaforo. Si avvicinò a lui, per leccargli il padiglione auricolare e mormorargli “Sai che ti avrò. Lo sai bene…”
Nobu si distrasse un momento ad assaporare le sensazioni donategli dalla lingua umida di Shin sulla sua pelle calda, sentendo improvvisamente un’ondata di caldo attraversargli il corpo. Shinichi approfittò prontamente della distrazione per dargli una bella cuscinata in testa.

Nobu, ripresosi dallo shock lo riparò con la stessa moneta. Prima di tutto si liberò di quell’inutile accappatoio che limitava notevolmente la sua mobilità, poi mentre Shin era occupato ad ammirarlo in tutta la sua gloriosa nudità lo colpi alle spalle con il suo cuscino.

La guerra delle cuscinate ebbe inizio. Ogni tanto era intervallata da qualche colpo basso, un mano “scivolata” chissà come su punti particolarmente “sensibili”, allo scopo di distrarre l’avversario.

Sembrava che nessuno dei due potesse avere la meglio, poiché erano entrambi agguerritissimi.

La slealtà di Shinichi ebbe però la meglio. Dopo aver steso Nobu con una cuscinata in faccia, avvicinò le sue labbra al torace del biondino e mordicchiò uno dei suoi rosei capezzoli tanto forte da farlo sanguinare.

“Basta! Mi arrendo!” supplicò Nobu contorcendosi lievemente per il dolore.
Shinichi leccò via la scia di sangue, un movimento lento e ipnotico che fece morire in gola ogni protesta di Nobuo.

Ma non gli bastava così poco.
Non gli bastava affatto.

Perciò scese lungo la linea appena accennata degli addominali, oltrepassando rapidamente l’ombelico.

Sollevò leggermente lo sguardo, per vedere le gote arrossate ed accaldate dall’eccitazione di Nobu, che lo osservava impaziente. Le sue iridi erano inscurite dal desiderio.

Solo al pensiero di quello che sarebbe successo, il membro di Nobu si era eretto ed ora faceva quasi male nell’attesa che le sue legittime richieste fossero assolte.
Shinichi posò un bacio fugace, sulla punta per poi tornare alle labbra del suo amico.
“Non dirmi che ci avevi veramente sperato…” sussurrò Shinichi ad un soffio dalle sue labbra, per poi catturarle in un bacio ardente.

Mentre loro lingue lottavano accanitamente l’una contro l’altra, specie quella di Nobu che era profondamente irritato dal gesto di Shin e voleva fargliela pagare; le dita di Shinichi si infiltrarono di soppiatto tra i glutei del suo amante.
“SHIN!” gridò Nobu non gradendo molto quella intrusione.
“Allora, a quanto pare…Mi toccherà farlo.” Mormorò staccandosi dalle labbra di Nobu.
Senza ripercorrere nuovamente tutto il corpo di Nobu, stuzzicò il giovane baciandogli l’interno coscia e distraendolo dal dolore che le dita in “avanscoperta” gli stavano provocando.
Risalì, accarezzando gentilmente con l’altra mano i testicoli gonfi di Nobu…Fece scorrere la sua lingua lungo tutta la lunghezza della virilità per poi accoglierla tra le sue labbra.

Sentendosi totalmente inesperto, per la prima volta dopo tanti anni, e non sapendo assolutamente che fare si lasciò guidare dall’istinto. Mentre succhiava avidamente, sentendo la punta picchiargli in gola, si ritrovò a pensare che forse stava facendo passare un terribile quarto d’ora al suo Nobu.
Guardò in che condizioni versasse il suo amante.
Piacere.
Il suo viso era la espressione del piacere allo stato puro.
Rincuorato dalla splendida visione, Shinichi aumentò il ritmo frenetico delle sue labbra, spingendo ancora più a fondo le dita affinché toccassero quel determinato punto che avrebbe fatto urlare il suo amante di puro godimento.

A Nobu, che sperimentava quelle sensazioni per la prima volta (non aveva mai incontrato qualcuno di tanto audace da arrivare fino a quel punto) non ci volle poi molto per venire copiosamente nella bocca di Shin.
Shinichi non ne perse una goccia, ed una volta terminato il suo lavoro si rituffò sulle labbra vermiglie di Nobu.

Approfittando del fatto che Nobu fosse ancora perso negli strascichi dell’orgasmo, Shinichi fece un rapido scambio di posizioni e lo penetrò in un solo colpo.

Nobu si lasciò scappare un lungo e intenso urlo di dolore, mentre le lacrime gli rigavano il viso.
Sapeva che avrebbe fatto male, ma non così tanto.
Si sentiva come se lo stessero squartando…Insomma era un dolore insopportabile!

Avrebbe voluto dirgli di fermarsi, di smetterla. Ma ad un certo punto il dolore si attenuò.
Delle dite leggere come la seta gli asciugarono le guance.
Riaprì gli occhi, e vide Shin che lo guardava pieno di rammarico.

“Perdonami. Mi sono fatto prendere dalla foga. Sono un maledetto egoista…” disse, mentre la voce gli si rompeva.
Nobu lo baciò dolcemente sulla fronte.

“Sta tranquillo. Sopravvivrò.” Gli disse per tranquillizzarlo.

“Farai di più che sopravvivere, te lo prometto.” Rispose Shin mordicchiandogli il labbro inferiore.

Quando sentì che Nobu si era finalmente rilassato, cominciò a una serie di spinte lente e calibrate in modo da non causare ulteriore dolore al povero Terashima.
Gli costava molto tenere a bada quella parte di se stesso che gli diceva di fregarsene, di soddisfarsi subito ad ogni costo…Ma Nobu valeva qualsiasi sacrificio.
Finalmente, dopo numerosi tentativi riuscì a trovare quello che affannosamente stava cercando.
Le labbra di Nobu si schiusero in un altro urlo…
Ma questa volta era di piacere.

Assodato che non stava procurando alcun tipo di fastidio nell’altro ragazzo, Shinichi lasciò che a guidarlo fosse la sua libido. Le spinte si fecero più rapide e violente, toccando ripetutamente quel punto che appannava la vista e toglieva il fiato a Nobu.

“Oddio…Fa male…” sussurrò Nobu con le lacrime agli occhi. Quella sera stava piangendo come una fontana…Era peggio di Hachi.
Shin lo guardò preoccupato, ma poi capì che si riferiva a quel piacere tanto intenso da farti male, da darti una sensazione quasi di fastidio per poi esplodere in un ondata che ti riduceva ogni muscolo in gelatina e la mente in un vortice ormonale.
Perciò assecondò le richieste di Nobu, e incrementò ulteriormente il ritmo…Inoltre fece scendere la sua mano tra i loro corpi, ad alleviare la sofferenza del membro di Nobu con abili carezze.
Quando sentì che il biondino svuotarsi con un mugolio nella sua mano, con un ultima spinta venne nel corpo del suo amato.
Amato e non amante.
C’era una bella differenza…Nobu non era solo uno dei suoi passatempi. Era la persona con cui voleva condividere quei momenti di scherzosa complicità, d’intimità. D’amore.

Rimasero fermi per quello che gli sembrò un frammento d’infinito.

Respirando. Facendo propria l’essenza dell’altro, perché se quella fosse stata la loro ultima notte almeno sarebbe rimasta impressa in modo indelebile nella loro mente.
Shin uscì con cautela dal corpo di Nobu, anche se a malincuore. Era così stretto e caldo che se fosse stato per lui ci avrebbe passato anche tutta l’eternità.
Scostandogli dolcemente i capelli dalla fronte, gli diede un tenero bacio.

“Buonanotte amore.” Gli disse, spegnendo laabat-jour sul suo comodino e rintanandosi sotto le coperte.

Nobu non sapeva se rispondergli nel medesimo modo.

Non voleva che la parola “amore” suonasse vuota e priva di significato.
Perciò spense la luce senza dir nulla.
Shin non la prese bene. Che quello che c’era stato fra loro fosse per Nobu nient’altro che sesso?
Le paure furono dissipate quando sentì le braccia di Nobu stringersi intorno ai suoi fianchi. “Non vedo l’ora di svegliarmi accanto a te, piccolo mio. Dormi e non preoccuparti per uno stupido come me, che non sa trovare le parole per dirti quello che prova.
Quando verranno naturali, allora potrai stare sicuro che sarai il primo a cui le dirò.”

 

“Questo vuol dire che mi hai perdonato?” chiese Shin speranzoso.

 

Now I know,

I made mistakes,

Think I don't care,

But you don't realise what this means to me,

So let me have,

Just one more chance,

I'm not the man I used to be

Used to be

 

“Forse.” Rispose sibillino Nobu.